A dispetto delle dichiarazioni che ne hanno preceduto l’arrivo in tv, c’è un grandissimo rispetto da parte di Damon Lindelof per il materiale di partenza della sua nuova serie tv Watchmen, in arrivo negli Usa il 20 ottobre su HBO e in Italia in contemporanea la notte fra il 20 e il 21 su Sky Atlantic e poi alle 21.00 anche su NOWTV. Ovvero il graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons, pietra miliare del fumetto americano e allo stesso tempo suo scardinamento, come ha fatto in modo diverso The Boys prima sulla carta e di recente in tv su Amazon. Allo stesso tempo, Lindelof dimostra una chiara consapevolezza di ciò che vuole andare a raccontare scardinando proprio quel materiale.

Ciò a cui assistiamo nei primi episodi di questo attesissimo prodotto seriale è una miriade di informazioni e volti nuovi che fanno parte di quell’universo ma che non conosciamo e che ci mandano in confusione. Ben presto però si iniziano a mettere insieme i pezzi e ciò che ne esce fuori è qualcosa di “super” coinvolgente.

C’è il mistero, l’elemento mistico-religioso, che nel terzo episodio raggiunge il culmine di scrittura e interpretazione grazie a Jean Smart (reduce dal supereroismo d’autore di Legion, non dimentichiamolo). Ci sono i quesiti esistenziali e il ruolo degli eroi al mondo d’oggi, sempre più necessaria come domanda, soprattutto in tempi di odio verso il “diverso”, inserendo fortemente il tema razziale con una protagonista di colore (Regina King) e mille ramificazioni, un po’ come ha fatto Jordan Peele con il suo The Twilight Zone. Che cosa chiedere di più a questo adattamento?

Watchmen si dimostra un remix a tutti gli effetti, quindi preparatevi ad essere sorpresi. Se il fumetto raccontava un passato alternativo, il serial HBO fa lo stesso con il presente e il con il futuro, anche se come direbbe il Dr. Manhattan “nulla ha mai fine”.

Se Zack Snyder ha portato in modo un po’ didascalico l’epicità di Gibbons e Moore, anche visiva, sul grande schermo, Lindelof adatta egregiamente il materiale per la tv, plasmando quell’universo a propria immagine e somiglianza.

Questo Watchmen sembra proprio un The Leftovers coi supereroi (che già c’erano, a ben vedere), si porta addirittura Regina King, tanto che la presentazione del suo personaggio in cui non si capisce inizialmente nulla ricorda moltissimo la sensazione di straniamento – voluta, studiata, calcolata – provocata da quella in Leftovers. C’è una struttura seriale che solo Lindelof poteva creare, con dei raccordi azzeccatissimi non solo interni alla puntata ma anche fra un episodio e l’altro. Lindelof e soci vengono incontro anche a chi non ha mai letto il fumetto o visto il film, mascherando abilmente delle risposte dei protagonisti o dei momenti sarcastici con degli “spiegoni” affinché possano capire anche loro ciò che è avvenuto prima. Anche se, bisogna dirlo, chi non conosce minimamente il materiale di partenza (fumetto o film che sia) potrebbe provare un eccessivo straniamento di primo acchito, non potendone apprezzare completamente la visione e il trasporto che merita.

Nel fumetto di Watchmen c’era un’attenzione alle inquadrature quasi cinematografica e lo stesso accadeva nel film. La serie tv non si esime nemmeno da questo aspetto e si prende la responsabilità, riuscendoci, di creare nuovi simbolismi da mettere al centro della scena. Non solo un tipo diverso di spilla macchiato di sangue come lo era quella con lo smile nell’originale, ma anche i volti coperti della polizia per proteggere le loro identità, un interessante ribaltamento dei ruoli che attualizza ancor di più il concetto di “eroe”.

La colonna sonora è la ciliegina sulla torta di questa ricetta lindelofiana, mescolando il rap nero alle ballate country e dando perfettamente un senso a tutte le parole che ascoltiamo, dato che da New York passiamo a Tulsa, Oklahoma, con tutti i cliché rivisitati del Sud degli Stati Uniti.

Una serie tv meritevole di attenzione, Lindelof potrebbe aver creato il nuovo serial “culto” di HBO dopo Westworld.

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