“Quello che eravamo non determina necessariamente ciò che saremo, ma spesso ne è un’ottima imitazione”.

Si è concluso anche in Italia su Fox il viaggio della serie tv Legion, secondo adattamento per la tv di Noah Hawley dopo Fargo La Serie. Parlare di “viaggio” in questo caso è più che mai azzeccato, dato che le tre stagioni che hanno composto il serial tratto dai fumetti Marvel di Chris Claremont e Bill Sienkiewicz sono state un vero e proprio trip nella mente del protagonista David Haller (un Dan Stevens da applausi), alias il Legion del titolo, anzi la Legione, tanti in uno solo, ecco ciò che lo rende incredibilmente potente… e pericoloso.

Un mutante, anzi IL mutante per eccellenza, dagli incredibili poteri telepati e di distorsione della realtà ereditati dal padre Charles Xavier, proprio lui il prof. X, che in quest’ultima stagione fa anche un cameo interpretato da Harry Lloyd (Counterpart, Game of Thrones).

Ricapitoliamo. David è un trentenne schizofrenico ricoverato in un manicomio, dove conosce la fidanzata Sydney che non può toccare nessuno altrimenti scambia la propria anima con chi tocca, e viene liberato da un’associazione che vuole proteggere i mutanti come lui, che in realtà non sono malati ma dotati. Presto scoprirà anche che un demone, Amal Farouk, si è insidiato nella sua testa quando i suoi genitori lo hanno abbandonato e da lì proviene il suo “disturbo”.

Quello che Hawley fa con Legion – dopo aver ricreato le stesse atmosfere e tipologie di personaggi dell’universo Coeniano, senza raccontare la stessa storia del film – è adattare un fumetto Marvel come mai nessuno, al cinema o in tv, aveva fatto prima (o farà mai in futuro, probabilmente). Costruisce tutto in modo estremamente coraggioso, visivamente psichedelico, con un costante flahback-flashforward e un misto perenne di realtà e finzione, sogno, fantasia, realtà alternativa. Durante la visione di questa serie ci si chiede costantemente “Sogno o son desto?” ed è una precisa volontà del narratore-autore Hawley destabilizzare il proprio pubblico fino alla fine della storia raccontata, anche nei previously di inizio puntata asserendo “probabilmente/forse negli episodi precedenti”. Hawley e soci sono coraggiosi anche in fase di regia e montaggio, richiamando dalla seconda stagione un po’ quel lynchano Twin Peaks e le sue messe in scena tanto precise quanto oniriche.

Nella terza stagione, Hawley gioca anche con lo storytelling più puro da favola soprattutto con i personaggi di Melanie (Jean Smart) e Oliver (Jemaine Clement), da un lato per accogliere una bambina in fasce e tenerla lontana dal Lupo con la L maiuscola, dall’altro in una “natività” alternativa e ancorata alla realtà (si parla di clamidia e da dove nascono i bambini). Sydney Barrett (Rachel Keller, ripescata proprio dall’universo televisivo di Fargo) deve vivere una seconda vita (e forse una terza) in funzione di essere una sorta di “salvatrice”, l’unica che potrà andare indietro nel tempo per fermare David una volta per tutte dal diventare ciò che dovrebbe diventare.

Dopo il sorprendente finale della seconda stagione, in cui David diveniva il pericolo e il problema, e non più la soluzione, con Sydney e gli altri contro di lui, il giovane mutante è braccato e costituisce una comune hippie per professare la pace e soprattutto dimostrare a se stesso che “è una persona buona e meritevole di amore”.

La puntata dedicata a presentarci i genitori di David è intimista, vediamo uno Charles Xavier giovane, sempre in viaggio e desideroso di conoscenza, che ha conosciuto la moglie Gabrielle (madre di David) in un manicomio dove erano entrambi ricoverati come pazienti, indaga sulle origini di Legion e su ciò che sarebbe accaduto se i genitori non l’avessero abbandonato da piccolo.

Hawley dà una rilettura inedita e originale anche ai viaggi nel tempo, nuovo elemento di questo terzo ed ultimo capitolo, che si pone come la causa e la soluzione del problema di David e Sydney. Switch (Lauren Tsai), la new entry in versione ragazza punk giapponese, attraversa un percorso di formazione anche fisica, perde i denti da latte per diventare adulta e consapevole a fine stagione. Il tempo viene rappresentato come una porta e un corridoio, per poi rivelarsi “un oceano, non un fiume”. Sarà proprio il “viaggio” nel tempo di David da un lato e Sydney dall’altro a mettere la parola “fine” al viaggio di noi spettatori nella mente del protagonista. Forse, probabilmente.

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