La forza di Frozen nel 2013 non era stata l’isteria collettiva legata a Elsa, al suo Let it go né tantomeno i meme collegati, ma tutto ciò che il 53° Classico Disney scomponeva della tradizione precedente, divenendo di fatto un “Nuovo Classico” per come prendeva in giro e celebrava allo stesso gli stilemi che avevano fatto la fortuna della Casa di Topolino negli anni d’oro.

Quel Love is an open door prendeva in giro l’amore a prima vista delle Principesse Disney e dei loro Principi, tanto che Hans si rivelava poi il villain della situazione. La storia principale era incentrata per la prima volta sul rapporto fra due sorelle, e non fra una (futura) Principessa e un (futuro) Principe, tanto che è lei a innamorarsi dello “sguattero” di turno (Kristoff) e non viceversa. Non è tutto: una delle due sorelle pare essere la villain della storia inizialmente e quel Let it go si rivela una presa di indipendenza dalle Principesse precedenti, dagli altri personaggi del film, da tutti quelli che nella vita ci dicono come dovremmo essere per entrare in determinate “scatole” che rendono più a loro agio gli altri, ma non noi stessi.

Chris Buck e Jennifer Lee tornano sei anni dopo e con una Frozen Fever senza precedenti – il primo film era stato il maggior incasso di sempre per un film d’animazione nella storia del cinema – con un sequel che, fin dalle premesse, ovvero raccontare l’origine dei poteri di Elsa, sembrava avere ben chiara una “nuova” storia da raccontare che giustificasse l’esistenza di un Frozen 2 – Il segreto di Arendelle. Purtroppo così non è.

Visivamente il film gioca con un’evoluzione dell’animazione rispetto al 2013 interessante e encomiabile, soprattutto nelle animazioni del ghiaccio, della neve e dei paesaggi in generale. Purtroppo è a livello narrativo che il film è povero: è davvero debole la trama che porta le due sorelle ad avventurarsi “nell’ignoto” per scoprire la verità sul passato di Arendelle e il loro posto nel mondo, tra flebili colpi di scena e segreti di famiglia facilmente intuibili. La “sottotrama” del diventare grandi, del cambiamento che spaventa, presente anche nelle canzoni iniziali del film, va via via svanendo come un fiocco di neve.

Proprio le canzoni però si rivelano un punto a favore del film: uscendo dalla sala, se ne canticchiano almeno un paio (nella versione italiana, nell’originale probabilmente qualcuna in più), cosa che non si poteva dire di un altro “esperimento-sequel” che è stato Il ritorno di Mary Poppins. Compreso un brano come Into the Unkwown, dichiaratamente presentato come “nuovo Let it go” ma non potrà mai esserlo, non tanto per la musicalità e per le parole, ma per ciò che ha rappresentato nel primo film come dicevamo prima.

Le gag sono simpatiche ma poche e anche il rapporto di coppia fra Anna e Kristoff sembra risentire nella nuova condizione a palazzo piuttosto che del loro essere “anticonvenzionali”.

Frozen 2 sembra insomma fare il percorso inverso che ha fatto Maleficent 2, un sequel nato come “inutile” e rivelatosi invece ricco di temi portanti e che ha saputo giocare nuovamente col concetto del ruolo del villain e dell’eroe. Proprio da Maleficent Frozen sembra riprendere il tema dell’integrazione fra due popoli opposti, uno senza magia e che quindi non la comprende per paura, e uno che vive in simbiosi con la natura.

A proposito di Foresta Incantata, tecnicamente un sequel di Frozen esisteva già, nella prima metà della quarta stagione della serie tv Once Upon a Time (di proprietà Disney e andata in onda su ABC). Quel seguito live action a episodi era molto più riuscito di questo animato, perché, al netto di effetti speciali meno d’impatto, aveva una storia fortissima che andava a ricollegarsi non solo con l’origine dei poteri di Elsa ma anche col suo rapporto con Anna e con il concetto di “famiglia”.

In conclusione, questo Frozen 2 sembra rivolgersi più ai piccoli spettatori che a tutta la famiglia, dimenticando il grande potere di unione della Disney, dimenticando i meriti – tralasciando Oscar e quant’altro – del primo film e lasciandosi sfuggire l’opportunità di far breccia anche sugli spettatori adulti giocando proprio con il loro ricordo e il loro concetto di “Classico Disney”.

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