“La Corona non è una scelta, è un dovere. Avevo circa la tua età quando la tua bisnonna la Regina Mary mi ha detto che non fare e dire niente è il lavoro più difficile di tutti. Richiede ogni grammo di energia che abbiamo. Essere imparziali non è naturale, non è umano, la gente vorrà sempre che noi sorridiamo, approviamo, disapproviamo o parliamo e quando lo facciamo dichiariamo una posizione, un punto di vista e questa è l’unica cosa che non dobbiamo mai fare come famiglia reale. Quindi dobbiamo nascondere i nostri sentimenti: meno mostriamo, diciamo, parliamo, respiriamo, sentiamo, esistiamo, meglio è”.

Con questo meraviglioso dialogo fra la “nuova” Regina Elisabetta II e il “nuovo” principe Carlo vi presentiamo la terza stagione di The Crown, in arrivo il 17 novembre su Netflix.

“Nuovi” perché con l’arrivo della terza stagione, come ampiamente anticipato, cambiano anche gli interpreti dei protagonisti, come da volere del creatore Peter Morgan, e come accadrà di nuovo fra due anni se la serie arriverà alla quinta stagione. Olivia Colman prende il testimone da Claire Foy per interpretare magnificamente e soprattutto consequenzialmente, con una compostezza, un tono di voce e una caratterizzazione del personaggio che sembra davvero la Lilibeth della Foy cresciuta.

Ciò che è costante nella scrittura di Peter Morgan è l’enfatizzare, con l’aplomb che contraddistingue le serie british – vedi alla voce Downton Abbey – l’importanza della Corona più di qualsiasi altra cosa al mondo e quindi l’effetto che ciò comporta su ognuno dei membri della famiglia reale, Regina in primis. C’è un bellissimo dialogo in cui un giovane Carlo spiega a un’altrettanto giovane Camilla, appena conosciuti, come la sua sia una condizione di eterna attesa in un certo senso. Da un lato spera che sua madre non muoia mai, ma allo stesso tempo finché non muore lui non può essere ciò per cui è nato, cioè Re. Non può dedicarsi a nessuna delle sue due anime completamente perché da un momento all’altro la situazione potrebbe ribaltarsi senza preavviso, come accaduto a sua madre del resto in seguito all’abdicazione a sorpresa dello zio e alla morte prematura del padre.

Non ci si dimentica di nessuno dei personaggi a cui ci siamo affezionati nelle stagioni precedenti, nemmeno l’Edoardo VIII appena nominato, la cui storia verrà collegata idealmente a quella di Carlo e Camilla, amore osteggiato a Palazzo come fu per lui e Wallis Simpson. Quasi co-protagonisti, come nelle stagioni precedenti, i “maturati” Principe Filippo e Principessa Margaret, coi volti di Tobias Menzies e Helena Bonham Carter.

Forse i due più sorprendenti interpreti di questa stagione, il primo perfettamente “in crisi di mezza età” rispetto al fuoco di Matt Smith, così misurato, arrabbiato, cocciuto rispetto ai ruoli interpretati in Roma, Il Trono di Spade e The Terror. Lei, che siamo abituati a vedere “malridotta” e punk nei film dell’ex marito Tim Burton e non solo, qui trova un perfetto equilibrio fra ribellione e sofferenza interna dovuta al ruolo della sorella, così come aveva fatto Vanessa Kirby.

Se la seconda stagione raccontava la crisi coniugale fra Elisabetta e Filippo attraverso le crisi coniugali degli altri personaggi, questo terzo ciclo si concentra sul bilancio che istintivamente Sua Maestà si trova a fare, una volta raggiunta la mezza età – della propria vita come del proprio contributo al mondo – attraverso quelli degli altri personaggi. Che è anche un bilancio di The Crown in fondo.

Ogni episodio è dedicato a un personaggio, a un punto di vista della Corona, partendo spesso da una sequenza iniziale di tutt’altra parte del mondo. Perché, non dimentichiamolo mai, questa brillante serie tv, uno dei fiori all’occhiello di Netflix al momento, non racconta la storia di Elisabetta II, ma della Corona durante il suo Regno, e di tutte le conseguenze che ciò comporta per i protagonisti, e per tutto il mondo.

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