Dopo quel capolavoro che è Civiltà Perduta il regista James Gray torna dietro la cinepresa per rifare sostanzialmente lo stesso film, spostando l’esplorazione dall’Amazzonia del 1905 (e oltre) all’orbita di Nettuno in un futuro prossimo non meglio specificato, passando dal biondo giovane di Charlie Hunnam al biondo stanco di Brad Pitt, al termine di una delle annate più clamorose (se non la più clamorosa) della sua carriera dopo C’Era Una Volta a Hollywood di Quentin Tarantino.

Sia per l’opera del 2016 che per quella del 2019, presentata recentemente al Festival di Venezia dal quale però è tornata a casa a mani vuote, Gray attinge a piene mani da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e dalla sua controparte cinematografica, Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, ma se il viaggio del Percy Fawcett di Hunnam era seguito con occhio curioso e ammirato sia dal Gray sceneggiatore che dal Gray regista, entrambi affascinati dalle imprese straordinarie di un uomo di valore che era impossibile non amare anche nei difetti, nel raccontare quello dell’ingegnere aerospaziale Roy McBride (Pitt) entrambi gli aspetti del Gray autore concordano su una cosa, e cioè che questo protagonista si presta molto più al compatimento che non alla stima.

Freddo, distaccato, perso e tragico, quando inizia il film McBride è emotivamente alla deriva come emotivamente alla deriva era Ben Willard di Martin Sheen nel capolavoro di Coppola, e proprio come in quel film una stanza piena di ufficiali lo convoca per affidargli una missione fatta di fascicoli incompleti e mezze verità: nei fascicoli non c’è il Kurtz di Marlon Brando ma il Clifford McBride di Tommy Lee Jones, che non si è rifugiato in Cambogia ma in una stazione spaziale in orbita intorno a Nettuno; la missione di Roy è andarlo a recuperare perché da quella stazione spaziale, spedita lì per indagare sull’esistenza di altre forme di vita aliena, proviene un pericolo che rischia di spazzare via l’intero Sistema Solare.

Gray è il primo regista, dopo i tentativi di Ridley Scott con The Martian, Christopher Nolan con Interstellar e Damien Chazelle con First Man che riesce a distaccarsi completamente dai valori estetici imposti da 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick per quanto riguarda la messa in scena dei corpi che si muovono attraverso lo spazio (Giove, il pianeta verso cui viaggiava il film del 1964, compare solo di sfuggita, come se Gray volesse palesare la sua intenzione di scavalcare quei dictat visivi), e volendo tirare in ballo anche il Gravity di Alfonso Cuarón – che però creava un’estetica solo sua – Ad Astra risulta davvero unico nel modo in cui riesce a guardare le meraviglie dello spazio senza la benché minima partecipazione emozionale.

Non c’è la meraviglia della scoperta nel suo film, che invece trasudava da ogni inquadratura di Civiltà Perduta, c’è semmai il terrore (l’orrore l’avrebbe definito Brando) di vedere l’uomo costruire centri commerciali sulla Luna e stazioni sotterranee su Marte, di seminare per tutto il Sistema Solare un capitalismo che ha sta già corrodendo la Terra e che adesso è alla ricerca di nuovi ospiti da consumare. Tra sequenze già cult, numerosi voice-over (più numerosi di quelli del film di Coppola, scelta giustificata dalla solitudine del viaggio del protagonista) e una messa in scena da capolavoro, il film sbaglia purtroppo solo il finale, neo di luce incoerentemente positivo ed ottimista alla fine di un immenso affresco di oscurità che altrimenti sarebbe stato perfetto sotto ogni punto di vista.

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