Nel cinema di Quentin Tarantino il punto è sempre raccontare storie e provare piacere nel farlo, ci sono sempre personaggi che raccontano qualcosa a qualcuno e nel mentre ne godono, gustandosi un hamburger con bibita fresca per mandare giù il boccone, riempiendo un boccale di birra alla spina leccandosi la schiuma dai baffi, accendendosi una sigaretta Red Apple per gustarne l’aroma nelle gola oppure aspettando di ricevere la panna montata da accompagnare al dolce appena ordinato.

Da Le Iene a Django Unchained, da Pulp Fiction a Jackie Brown, da Kill Bill a A Prova di Morte a Bastardi Senza Gloria: Tarantino ama raccontare le storie di personaggi che per risolvere una situazione o tirarsi fuori d’impiccio sono costretti a loro volta a raccontare altre storie ad altri personaggi, spesso e volentieri mentendo sulla propria identità per impersonare delle parti (“Entriamo nei personaggi” dice Jules a Vincent, “Fingiamoci negrieri interessati alla lotta fra mandingo” suggerisce Shultz a Django, “Per fare questo lavoro bisogna essere un grande attore” viene spiegato a Mr. Orange, e così via), come a sottolineare che la vita e il cinema in fondo sono la stessa cosa, due realtà coesistenti e interscambiabili.

C’Era Una Volta a Hollywood è l’esaltazione definitiva di questo concetto, Tarantino in questo gigantesco progetto ne fa una missione barra manifesto, e in questo senso, se non come il suo capolavoro (Pulp Fiction è irraggiungibile), l’opera per lo meno va considerata come magnum opus della più iconoclasta e influente filmografia degli ultimi trent’anni: dentro ci sono tutti i suoi film più decine di altri, veri o fittizi, tutti categoricamente calati nel mondo grezzo e senza freni della serie b, che tanto gli ha dato da giovane e al quale altrettanto (se non di più) ha restituito da adulto, tutti che servono da propellente per raccontare le storie; anzi di più, per raccontare le storie di chi le storie le racconta, ovvero di chi fa cinema.

E quindi, facendo il giro, raccontare la storia del cinema stesso, raggiungendone il cuore.

C’è una forte impronta di Bastardi Senza Gloria (per chi scrive il miglior film dell’autore dopo Pulp Fiction) ma si sente fortissima l’influenza dell’esperimento tentato (per quanto non totalmente riuscito) con l’ultimo The Hateful Eight, al quale va riconosciuto a questo punto il merito di aver segnato il passaggio ad una nuova fase del cinema tarantiniano: esattamente come il giallo d’ambientazione western del 2015, anche questo film è spaccato in due parti distinte, anche questa volta legate insieme da un narratore onnisciente, e proprio come l’opera precedente anche qui siamo nel campo del film di dialogo, in cui ci si abbandona alla narrazione del superfluo e l’azione è tralasciata del tutto, asso nella manica da usare con parsimonia – uno stacco totale che denota un rinnovo nello stile, rodato nell’opera precedente e qui perfetto.

Oltre all’assenza, finalmente, dell’ennesimo personaggio dalla parlantina hanslandiana – già ripetizione in Django ma assolutamente snervante col Tim Roth di TH8 (Tim Roth tra l’altro tagliato dalla versione cinematografica di C’Era Una Volta a Hollywood) – in questo film Tarantino insegue una trama del tutto orizzontale, o meglio lascia che quella trama orizzontale lo trasporti ovunque voglia andare: due giorni nella quotidianità di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio, divino) e Cliff Booth (Brad Pitt, più divino del divino) nei primi mesi del 1969 (prima parte) più salto temporale alla fatidica serata del 9 agosto dello stesso anno (seconda parte), giorno della morte di Sharon Tate (Margot Robbie): a quel momento però il film sembra non volerci arrivare mai, la prima parte dura un’eternità e in quell’eternità è chiaro che Tarantino vuole perdersi, il film alterna costantemente vari piani di realtà in cui il film devia con digressioni da film-dentro-il-film, sia creati di sana pianta da Tarantino, sia veri film di quel periodo (!).

E’ una favola nel senso letterale del termine C’Era Una Volta a Hollywood, è il modo con cui il narratore Tarantino ci racconta la storia dei narratori che lo hanno ispirato, ricostruita però attraverso il suo stile: se Cuarón con Roma ha riesumato la sua infanzia nella Città del Messico del 1970 mostrandoci le rivolte studentesche che avrebbero ispirato le scene colossali de I Figli degli Uomini o la visione in sala di Abbandonati nello Spazio di John Sturges, seme dal quale un giorno sarebbe fiorito Gravity, Quentin Tarantino si ferma un anno prima e lì pianta tutto il suo cinema, dalle fonti di ispirazione alle firme personali, in un certo senso rifacendolo daccapo in poco meno di tre ore.

Alla fine del processo esce fuori una sorta di summa-riassunto che ha dell’incredibile.

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