Viviamo in un periodo storico-sociale-politico-climatico difficile e l’audiovisivo sembra non volercelo far dimenticare.

Se in Avengers Infinity War la soluzione di Thanos per il pianeta era eliminare il 50% della popolazione mondiale per ristabilire l’equilibrio naturale e combattere la sovrapopolazione e i problemi da essa derivati, in Godzilla II – King of the Monsters il regista Michael Dougherty vuole ricordarci che l’umanità sembra essere la malattia e non la cura, il problema e non la soluzione, e che il rimedio potrebbero rivelarsi questi Titani, questi Primi Dèi, questi Mostri che abitarono la Terra molto prima di noi e che ora la rivendicano. Nella tradizione giapponese dei kaijū la loro “(ri)nascita” è legata alle radiazioni e alla guerra atomica quale metafora per denunciare le colpe dell’uomo, quindi che siano utilizzate ora nel MonsterVerse di Warner Bros. e Legendary Pictures non è certamente un caso.

Proprio come nel Godzilla di Gareth Edwards del 2014, la vicenda si snoda attorno a un nucleo familiare. Se lì era composto dalla “triade” Juliette Binoche, Bryan Cranston e Aaron Taylor-Johnson, questa volta abbiamo Kyle Chandler (che qualcuno starà vedendo in tv nei panni del terrribile comandante in Catch-22), Vera Farmiga (che rivedremo nei panni di Lorraine Warren nel terzo capitolo di Annabelle sempre per Warner) e Billie Bobby Brown (Eleven di Stranger Things). Anche lì la famiglia era divisa a causa dei mostri, ma come detto poco sopra, gli stessi potrebbero riunirla. Maddie (Brown, molto più protagonista di quanto lo sarebbe stata qualsiasi altra attrice nel medesimo ruolo) dice alla madre (Farmiga) ad un certo punto “Tu sei un mostro”. Siamo noi esseri umani in realtà i mostri?

La parte più riuscita di Godzilla II è – paradossalmente per un film dall’enorme portata scenica come questo- non la CGI, che sembra qualche gradino sotto quella del film del 2014, ma piuttosto la parte umana, tanto cara al genere sci-fi perché quella che fa avvicinare lo spettatore. E’ nei messaggi, nei sottotesti, nelle metafore, nei dialoghi aperti, proprio nel personaggio di Vera Farmiga che l’umanità di oggi si riassume, si scontra e si fa domande dalle difficili risposte. Scienziata, madre, donna disposta a tutto. E’ proprio nelle donne piuttosto che negli uomini del film (Chandler, un ritrovato Ken Watanabe) che sembra essere custodita la chiave, la risposta, la cura, la soluzione.

L’impianto scenico rimane comunque tutt’altro che povero, omaggia e amplifica il genere di riferimento, in una messa in scena mastodontica e mostruosa che cerca di alzare sempre di più il tiro nelle scene d’azione e di mostrare i muscoli, nei campi lunghi e lunghissimi della devastazione in contrapposizione ai primi piani e ai dettagli della parti del corpo (come gli occhi) dei Titani. Presenta e sviluppa gli altri Mostri che vanno a comporre il MonsterVerse (nel 2019 se non hai un universo condiviso nei film blockbuster non sei nessuno), in attesa del culmine il prossimo anno nello scontro fra King Kong e Godzilla, i due Titani più rappresentativi.

Dove riesce questo sequel è anche nel suo sottotitolo – che porta tutti i Mostri riuniti per combattere – e poi inchinarsi? – al supremo King of the Monsters. In ogni branco c’è un Alpha che gestisce e comanda gli altri: la saga di Dragon Trainer ci ha insegnato che nel mondo dei Draghi lo era Sdentato, non per stazza ma per potenza, mentre in quest’altro universo si vince per stazza e potenza, che vanno a braccetto in Godzilla e lo rendono la soluzione, non il problema. La cura, non la malattia. Forse.

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