È tutta un paradosso la storia di Catch-22 la miniserie in sei episodi di HULU diretta, prodotta e interpretata da George Clooney e tratta dall’omonimo romanzo di Joseph Heller, dal 17 maggio su HULU e dal 21 maggio sul nostrano Sky Atlantic.

Il dialogo del primo episodio che spiega ad un certo punto il significato del titolo e del Comma 22 del regolamento dell’esercito non è l’unico pieno di paradossi sciorinati lungo le sei puntate volti a simboleggiare l’assurdità della guerra, qualunque essa sia, in qualunque tempo essa avvenga, qualunque popolo, nazione, stato essa coinvolga.

La sceneggiatura di Luke Davies e David Michôd gioca tutta sull’amara e crudele ironia della storia raccontata e dei suoi intrecci interni mentre la regia composita dei tre registi Clooney, Grant Heslov e Ellen Kuras si concentra sui dettagli, sui particolari degli abiti dei militari – simbolo del rigore tanto ricercato dal personaggio interpretato da Clooney, quasi a voler dare un ordine nel caos della guerra – e sui corpi nudi, soprattutto maschili, e alle loro forme plastiche, pure, quasi ancestrali.

Non ci si dimentica mai l’argomento principale di cui si deve parlare (denunciare) il paradosso, poiché i protagonisti, soprattutto il motore della vicenda Yossarian – un Chris Abbott davvero sopra le righe – ovvero l’orrore della Guerra, quella con la G maiuscola che le racchiude tutte, quella che diviene uno strumento in mano al potere, lo stesso potere che rischia di bere troppo da quella coppa. Come in una sinfonia, ad ogni manciata di battute e umorismo bisogna scontrarsi brutalmente con la realtà che si sta raccontando, e venirne a patti in un modo o nell’altro. C’è chi cerca di inagraziarsi un superiore col cibo raffinato, chi sogna un’attività da aprire finita la guerra, chi semplicemente impazzisce, o torna a casa amputato, o muore. Questo compito di brutale ritorno alla realtà è affidato soprattutto alle scene di guerra, d’azione e di sangue – una toccante e rivelatrice in particolar modo coinvolgerà il protagonista Yossarian – per riportare anche noi spettatori alla realtà della guerra.

Guardando Catch-22 non si può non pensare alla presidenza Trump, ai problemi del possedere armi negli Stati Uniti oggi, questo la rende una storia attuale e senza tempo allo stesso modo. Si riflette, ci si addolora coi personaggi, soprattutto coi sottoposti e il loro non vedere una via d’uscita dalla Guerra, che gli è stata imposta e non hanno scelto, ma senza mai smettere di sorridere (amaramente). Una chiave di lettura non nuova ma certamente fresca nel panorama generale e che deve sicuramente molto a quella sadica ironia e crudeltà di opere come Full Metal Jacket, dove temi come follia e guerra si intrecciavano inesorabilmente.

Sei episodi che, meglio di come avrebbe fatto un film di due ore, permettono ai personaggi di attraversare una sfera di sentimenti molto più grande di loro e cercare di capire se quella pazzia tanto agognata all’inizio per poter essere rimandati a casa sarà proprio ciò a cui arrivano – e che desiderano? – alla fine della storia raccontata. Tanto i sottoposti quanto i maggiori e colonnelli, quasi questa Guerra fosse un incubo da cui non riescono a svegliarsi; o un’ossessione a cui non riescono a rinunciare.

Proprio nella settimana in cui Game of Thrones ha fatto parlare di sé per un episodio incentrato proprio su una battaglia e sul tema della guerra, del potere in generale, debutta in tv questa miniserie… se Thanos si definisce ineluttabile in Avengers: Endgame, lo è anche la Guerra: alla fine non si può sfuggirle, soprattutto nel paradosso raccontato in Catch-22.

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