Ci sono principalmente due motivi per correre in sala a vedere I Figli del Fiume Giallo di Jia Zhangke, e sono entrambi piuttosto banali: il primo, rivolto ai fan del grandissimo regista cinese, è quello di tornare finalmente a gustarsi un film del grandissimo regista cinese, la cui ultima fatica risale ad oltre quattro anni fa (Al Di Là Delle Montagne, 2015); la seconda invece è diretta ai neofiti, a chi non ha mai visto un film di questo grandissimo regista cinese, e che fortunatamente ha l’occasione di rimediare.

Di motivi per perdersi il passaggio in sala del film, al contrario, non ne troviamo nessuno.

La storia racconta di Qiao (Zaho Tao), una ballerina perdutamente innamorata di Bin (Liao Fan), rispettato gangster di Datong, città della provincia dello Shanxi: un giorno, trovandosi coinvolta in un combattimento tra bande locali, per salvare la vita a Bin la ragazza è costretta a sparare un colpo di arma da fuoco, che però la garantirà una biglietto di sola andata per la galera.

Passano cinque anni, e dopo il suo rilascio Qiao è determinata a riprendere la sua vita – e soprattutto la sua storia d’amore – con Bin, ma sono molte le cose che possono cambiare in cinque anni; c’è l’hanno detto i fratelli Anthony e Joe Russo e soprattutto ce lo ha detto tante volte il cinema di Zhangke, da sempre interessato a come il passaggio del tempo influisca sulle faccende degli uomini.

Che sia Platform (2000, l’opera che lo fece notare a livello internazionale) o Still Life (2006, il suo capolavoro), il cineasta cinese classe 1970 ha sempre dimostrato una predisposizione filosofica, un bisogno quasi fisiologico di parlare e riflettere del e sul tempo, e in questo gangster movie dalla (quasi) matrice occidentale (è impossibile non pensare al cinema di Martin Scorsese durante la visione) torna a ripetersi, mettendo in relazione le mutazioni dell’ambiente (quindi esteriori) con quelle dei personaggi (interiori), in maniera non troppo dissimile dal leitmotiv della filmografia di Antonioni (che stabiliva sempre un legame tra contesto/paesaggio a personaggio/emozione).

La patina da dramma/melò viene indurita ora dalle tematiche da gangster movie ora da quelle da film giallo, con alcuni elementi che sembrano ricordare i revenge movie che però a loro volta vengono ridimensionati dall’umanità di una protagonista che, più che una vera e propria vendetta, vorrebbe giustizia, e più della giustizia vorrebbe risposte.

Un art-house asciutto e austero, ma mai freddo e sempre intenzionato a mettere in scena i sentimenti dei personaggi, le loro reazioni, che variano al variare del paesaggio: sia simbolista che realista, la narrazione accontenta tutti, parla a tutti, perché parla di esseri umani e di contesti, e di come quei contesti formino quegli esseri umani. Con sguardo lucido e preciso Zhangke fa tutte queste cose insieme, senza per forza dover sacrificare in nome della propria vena artistica le necessità narrative: nonostante la sua essenza da cinema da festival (presentato in competizione a Cannes 2018) I Figli del Fiume Giallo non allontana nessuno, anzi vuole attrarre ogni tipo di pubblico, e ci riesce in ogni inquadratura.

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