“Quante cose facciamo per amore”.

E’ bellissimo il modo in cui Bryan Cogman e David Nutter, rispettivamente sceneggiatore e regista del secondo episodio dell’ultima stagione di Game of Thrones, intitolato A Knight of the Seven Kingdoms, abbiano deciso di giocare con uno dei tropi fondamentali della narrativa fantasy (ma anche del war-movie in generale), quello della fatidica calma prima della tempesta.

La fine sta arrivando, la morte – descritta così poeticamente dal sempre poetico Sam Tarly – verrà insieme a lei, ma se al cinema ci sarebbe stato poco tempo da perdere, il formato televisivo di questo impianto narrativo permette al pubblico di rimanere ancora un po’ in compagnia dei suoi personaggi preferiti: è di per sé un’altra piccola grande rivoluzione apportata da questo capolavoro nel campo della messa in scena audiovisiva, che può sembrare insignificante ma che non lo è affatto; abbiamo passato quasi dieci insieme a queste persone, abbiamo assistito alle loro sofferenze e alle loro gioie, ai loro trionfi e alle loro sconfitte, e il potersi concedere un’ultimo, fugace momento al loro fianco, seduti fra loro, a bere e a cantare con loro nella speranza di dimenticare che domani, o dopodomani o fra venti o cinquant’anni saremo tutti morti, è una piccola grande soddisfazione che non va banalizzata ma apprezzata.

Chiamarlo “fan service” non renderebbe onore al lavoro di Cogman e Nutter (il primo è arrivato a fine partita e non lo rivedremo più dalle parti di Westeros, il secondo tornerà per l’ultima volta alla regia dell’episodio quattro), che sono stati in grado di riassumere otto stagioni di sviluppo di questi personaggi incredibili in modo onesto, divertente, perfino emozionante nel caso di Brienne di Tarth (che brava Gwendolyn Christie, come sono vigorosi e allo stesso tempo fragili i suoi occhi colmi di lacrime al momento della nomina a cavaliere!) addirittura sorprendente (la nostra piccola Arya si è fatta grande, finalmente): come per la premiere della scorsa settimana l’errore più facile da commettere, la buccia di banana più infima sulla quale scivolare, sarebbe stato quello di rendere con spicciola falsità gli ultimi spaccati delle vite di questi personaggi, di farli apparire forzati nel passaggio dalla carta della sceneggiatura al live-action del ciak.

Ma grazie al duo che ha curato lo sviluppo di questa ora di narrazione, A Knight of the Seven Kingdoms è un’altra puntata densissima di avvenimenti apparentemente insignificanti ma emotivamente carichissimi, di conversazioni inopportune, spavalde, imbarazzanti, sdolcinate, esagerate, teatrali, commoventi … ma sempre spontanee e mai artificiali. Si va alla ricerca del respiro della vita, ci si aggrappa a quella vita perché un assedio è alle porte e l’inverno sta arrivando: la preparazione della battaglia, le strategie da seguire, le trappole da sistemare, i nascondigli da preparare, le ultime cose da dire e le persone alle quali vale la pena dirle, tutto richiama le atmosfere dell’Enrico V e de Il Signore degli Anelli – nello specifico sembra di rivivere i minuti precedenti alla battaglia del fosso di Helm vista ne Le Due Torri – ma svuotate scientemente di quell’epica che al cinema è necessaria a costruire, nel giro di una manciata di minuti, la tensione e l’aspettativa che andranno poi rilasciate nel climax della battaglia (e che battaglia, che fu, quella diretta da Peter Jackson … vedremo come se la caverà Miguel Sapochnick nel prossimo episodio). Stando in televisione però gli autori hanno il tempo necessario (e adesso anche il budget) di prendersi un’intera ora per calarci nuovamente nei panni dei personaggi, portarci a Grande Inverno e farci respirare l’abbassamento delle temperature, l’alzarsi della tensione e tutti i piccoli, insignificanti momenti di vita che è lecito volersi gustare nel frattempo.

Game of Thrones è stata fin dalla sua puntata inaugurale una serie revisionista, e che riesca ad esserlo ancora a poche ore dal suo epilogo è un aspetto che va meritatamente esaltato.

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