Dumbo di Tim Burton | Recensione

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Il film uscirà il 28 marzo nei cinema italiani.

C’è tanto del cinema di Tim Burton in Dumbo, adattamento live action del classico Disney del 1941. Quel film durava poco più di un’ora, qui siamo quasi alle due, ma lo spirito è lo stesso, esteso. Quello che manca, però, è la magia.

C’erano Edward e William Bloom, c’erano Franklin e Jacob Portman, ci sono tanti padri e madri biologici e putativi nella cinematografia del visionario regista, che in Dumbo trovano pieno compimento. Un rapporto di alti e bassi, di non detti, di emozioni tutte nel volto, negli occhi, dei protagonisti – come il casting di Nico Parker per la piccola aspirante scienziata Milly.

C’è il ritorno di Holt (Colin Farrell, che con questo personaggio sembra uscito direttamente da Saving Mr Banks) dai figli dopo la guerra, rimasti orfani della madre nel frattempo. Lui invece con la guerra ha perso un braccio. C’è mamma Jumbo che viene separata dal piccolo Dumbo dalle orecchie enormi e i due vorrebbero ricongiungersi. C’è la famiglia spezzata del Circo dei fratelli Medici (già visto in Big Fish sempre capitanato da Danny DeVito), poiché il direttore Max non ha in realtà un fratello. C’è un senso di perdita e soprattutto di desiderio di rimettere insieme i pezzi, in questo live action.

Un po’ come Alice in Wonderland, questo adattamento è un po’ remake, un po’ sequel, un po’ deriva sui generis, con Holt e figli che devono occuparsi di un elefante appena nato le cui orecchie sproporzionate lo rendono lo zimbello di un circo già in difficoltà. Quando si scopre che Dumbo sa volare, il circo riscuote un incredibile successo attirando l’attenzione del persuasivo imprenditore V.A. Vandevere (un Michael Keaton che torna da Burton dopo Batman e Beetlejuice) che recluta l’insolito elefante per il suo nuovo straordinario circo, Dreamland.

Dumbo vola sempre più in alto insieme all’affascinante e spettacolare trapezista Colette Marchant (un altro ritorno del cinema di Burton, Eva Green) finché Holt scopre che, dietro alla sua facciata scintillante, Dreamland è pieno di oscuri segreti.

Se nel cinema d’animazione di Burton, per la maggior parte in stop-motion, tutto era tattile, tangibile, artigianale, in questo live action, ancor più che in Alice in Worderland, dove già aveva sperimentato il passaggio e la trasposizione, c’è tanta immaginazione da usare, lui che ha sempre stimolato e celebrato l’animazione coi suoi film. L’uso del CGI per il personaggio del titolo, così come per gli altri animali, crea un interessante contrasto con la controparte umana, molto più presente rispetto al classico Disney e molto più presente che nel Libro della Giungla di Favreau, dove gli animali erano preponderanti.

Rispetto ad Alice, invece, manca la componente prettamente grottesca e gotica della poetica burtoniana – come le teste su cui saltare nel fossato per entrare nel castello della Regina di Cuori – mentre nel nuovo Dumbo tutto è infatilesco, una favola moderna e d’altri tempi contemporaneamente in cui tutto è puntuale e colorato, in cui tutto va come deve andare. L’Isola degli Orrori di Dreamland, con le creature come il lupo mannaro, poco riesce nell’intento.

Il target di riferimento sembrano essere più i bambini che le famiglie al completo, la lacrimuccia alla fine scende, ma più per il rapporto genitori-figli sviscerato anche negli animali che per una propria ragion d’essere. C’è tutto in questo Dumbo, eppure manca la magia.

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