Captain Marvel di Anna Boden e Ryan Fleck | Recensione

Un piacevole intrattenimento direttamente dagli anni ’90… a oggi.

“Io non devo dimostrare niente a nessuno” dice la Carol Danvers di Brie Larson al personaggio di Jude Law ad un certo punto di Captain Marvel, il primo film Marvel interamente dedicato a una supereroina e non a un supereroe, nonché l’antipasto in attesa della portata principale, che sarà anche dolce e ammazzacaffé, ovvero Avengers: Endgame.

E’ in queste semplici parole che si potrebbero riassumere quelli che sembrano essere gli intenti dei co-registi e co-sceneggiatori Anna Boden e Ryan Fleck, che con questo film hanno portato al MCU il Women Power che “mancava”, o meglio che non era ancora stato visto nella sua piena brillantezza. Carol Danverse però non è l’ingenua ma carismatica Diana Prince di Wonder Woman, bensì un tipino tutto pepe che potrebbe rivelarsi la più grande fonte di energia mai esistita. Anche lei è in terra straniera, aliena fra gli umani, una Kree che si trova prima rapita dagli Skrull e poi catapultata sulla Terra. Non la Terra di oggi, bensì quella degli anni ’90, con tutto l’elemento nostalgia del caso.

Lo si era capito già dalla scena post credits di Avengers: Infinity War e dai primi annunci del cast di Captain Marvel, che va a pescare nei 10 anni di MCU, compresi gli Agenti dello S.H.I.E.L.D. con il Phil Coulson di Clark Gregg e personaggi come quelli di Djimon Hounsou e Lee Pace. Ancora una volta la Casa delle Idee al cinema sa costruire perfettamente un nuovo tassello del proprio universo condiviso e, dopo aver mostrato il “dopo” di Infinity War racconta il “prima”. Il film, che non brilla per scene d’azione particolarmente rivoluzionarie, intrattiene piacevolmente e questo lo fa benissimo. Si diverte tantissimo tra crossover, citazioni, strizzate d’occhio prima ancora che alla cultura pop, al proprio universo condiviso creato in dieci anni di duro lavoro.

Noi spettatori veniamo invece catapultati in un buddy cop movie degli anni ’90, con protagonisti Brie Larson e Samuel L. Jackson, accoppiata vincente e riuscita. Un po’ Arma Letale, un po’ Top Gun, un po’ Star Wars. un po’ Guardiani della Galassia per rimanere in “Casa”, come ad esempio la playlist del comparto musicale. La “Verse” protagonista è anche un po’ Peter Quill, ma più caparbia e determinata. Captain Marvel non rivoluziona l’MCU o i cinecomic, è come se quel “Non devo dimostrare niente a nessuno” fosse una dichiarazione d’intenti non solo di una (super)donna a un uomo, ma anche dall’ultima arrivata in casa Marvel a tutti quelli che c’erano prima di lei. Non c’è necessariamente bisogno di dimostrare qualcosa se si fa un buon lavoro. E Captain Marvel lo fa, strappando più di qualche risata e offrendo un nuova “spalla” dopo il Mantello del Dr. Strange, ovvero il gatto Goose. E lo fa meglio di quanto aveva voluto fare la Disney in Nelle pieghe del tempo. Quando una ragazzina alla fine guarda in alto speranzosa in questo film, possiamo sentire con lei e dentro di noi tutta la carica di energia che emette la protagonista.

Ogni pezzo fa il suo lavoro per completare il puzzle in modo fluido, con un montaggio azzeccato, proprio come i ricordi della protagonista dapprima iper frammentati, poi via via che il film prosegue ricomposti un tassello alla volta per mostrare allo spettatore il quadro generale. Un modo vecchio ma nuovo per raccontare l’ennesima origin story prima che entri a far parte della banda degli Avengers.

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