Il Corriere – The Mule di Clint Eastwood | Recensione

Pubblicato il 8 Febbraio 2019 alle 16:00

Il nuovo film di Clint Eastwood è attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche italiane.

C’è questa cosa che hanno i film di Clint Eastwood che è davvero, davvero rara riscontrare in altri registi, per lo meno con una cadenza tanto regolare da fare statistica: emanano cinema da ogni singolo fotogramma, e rimandano a così tanti sotto-testi e così tante chiavi di lettura che tutti questi brevi articoli, fatti di poche parole e pochi paragrafi, che noi e nostri colleghi ci affrettiamo a pubblicare e lanciare per le sconfinate strade dell’internet nei giorni immediatamente precedenti e immediatamente successivi all’uscita delle sue opere, evidentemente non possono bastare.

Ne sa qualcosa di strade sconfinate (le ama) ma un po’ meno dell’internet (lo odia) il protagonista de Il Corriere – The Mule, Earl Stone (Eastwood), che ha passato tutta la sua vita a girovagare per le vie degli Stati Uniti d’America inseguendo non solo il suo lavoro barra passione per i fiori, ma soprattutto la libertà e la compagnia delle persone, a scapito però della propria famiglia per la quale non è mai stato presente.

Eastwood ce lo fa conoscere quando ha circa ottant’anni, tante rughe ma tantissima energia e altrettante speranze per un futuro che gli sembra infinito, poi però con una magistrale ellissi e una dissolvenza incrociata lo ritroviamo dodici anni dopo, con la velocità con la quale solo il cinema sa far scorrere gli eventi: in quei dodici anni ne sono successe di cose ad Earl, il film non ce lo dice mai ma lo capiamo immediatamente, così come capiamo – complice anche la leggerezza con cui Earl vive quelli che sa che ormai saranno i suoi ultimi anni sulla Terra – la decisione di mettersi affare il mulo, il corriere della droga. Per un cartello messicano, per giunta.

Sulle sue tracce – ovviamente inconsapevole di star inseguendo un novantenne – l’irreprensibile e stacanovista agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper), che viene incaricato di stanare questo fantomatico Tata, il corriere dei record.

E’ Gran Torino + Una Storia Vera di David Lynch + ovviamente Breaking Bad questo Il Corriere – The Mule, film che evidentemente chiude un cerchio per il nuovo filone della carriera del regista 88enne (non è così vecchio come appare nel film, un’idea visiva geniale), che proprio da Gran Torino (scritto sempre da Nick Schenk) aveva smesso di recitare nelle sue opere per raccontarci l’eroe medio americano, per esaltare il mito del sogno americano, dell’Average Joe come dicono gli amici d’oltreoceano, vale a dire il semplice tipo qualunque: ne incontra tanti durante i suoi viaggi della droga Earl, che lui chiama mangiafagioli, lesbiche e negri, ma senza cattiveria, senza doppi fini né malizia, perché anche lui è uno di loro, un tipo qualunque (lo è talmente tanto da risultare insospettabile, e quindi imprendibile).

Potrebbe anzi quasi essere un sequel spirituale di quel film del 2008 questo del 2019 (undici anni, quasi quanti quelli dell’ellissi all’inizio de Il Corriere) con lo stesso vecchio brontolone qui molto più rilassato, che ha fatto pace con quegli che gli stavano intorno (soprattutto gli extracomunitari) ma che adesso deve trovare un modo per rimettere insieme i cocci della sua famiglia (Walt Kowalski, in Gran Torino, non ce la faceva): ci prova col sorriso, con le battute, con toni sempre distesi che esulano dal thriller poliziesco e finiscono nel campo della commedia, quasi mai drammatica (e questo è l’unico difetto, perché il film di tanto in tanto ad essere drammatico ci prova, ma ci riesce poco, tanto è sereno, molleggiato, disteso) ma sempre romantica (nell’accezione più cinematografica possibile del termine).

Com’è del resto sereno, molleggiato e disteso il suo protagonista, che viaggia, guida, canticchia Frank Sinatra alla radio, danza, ama le donne, ama la sua ex moglie, ama sua figlia e ama sua nipote. E ama i fiori soprattutto, anzi forse quasi li invidia, perché per tutta la vita li ha guardati sbocciare cercando di imparare ad imitarli.

E’ un film sulla vita, un film sul tempo, un film sull’America e sulle sue strade, un film sull’America e sugli americani che quelle strade le riempiono, un film sulla redenzione, un film che è una grande, piccola epopea, esemplare in ogni suo aspetto, meno lettera d’amore eccentrica (come invece è stato per il recente The Old Man & The Gun) ma più sostanziosa e prelibata chiosa di una poetica artistica, politica e cinematografica che rimarrà immortale, nonostante l’evidente snobbatura riservata dagli Oscar 2019 (la schiettezza di questo autore poco si confà ai venti da mignolini alzati che soffiano oltreoceano, ma è facile ipotizzare che quando non ci sarà più gli riserveranno la gloria che in questi ultimi anni hanno smesso di concedergli).

Che Clint Eastwood, infine, abbia lasciato la regia di A Star Is Born a Bradley Cooper allora è un aneddoto extra-filmico che trova compimento diegetico in una bellissima sequenza de Il Corriere – The Mule, sequenza che ha il sapore dolce amaro del passaggio di testimone.

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