La Casa di Jack di Lars Von Trier | Recensione

Pubblicato il 26 Febbraio 2019 alle 18:00

Il film arriverà nei cinema italiani dal 28 febbraio 2019.

Qualche volta il modo migliore per nascondersi è non nascondersi affatto.

E’ una frase strana da far dire (in voice-over) al personaggio di Matt Dillon, il serial killer assassino compulsivo Jack, architetto-maledetto che non è in grado di erigere la propria casa non per mancanza di ingegno o talento, ma perché incapace di trovare l’ispirazione nel legno e nella calce, nei mattoni e nel cemento. Ma è intelligentissimo, narcisista, appassionato d’arte e fotografia e profondamente nichilista, e allora l’ispirazione (e i materiali) necessaria a costruire la sua opera la troverà altrove, attraverso un processo creativo tutt’altro che convenzionale.

La stranezza della frase di cui sopra spicca particolarmente per via della natura stessa de La Casa di Jack e della totalità del cinema di Lars Von Trier, che tutto vuole fare tranne che nascondersi: il regista danese, reintegrato al Festival di Cannes dopo sette anni (era stato bandito per una conferenza stampa-scandalo consegnata alla storia, ma il Festival l’ha richiamato ed è lì che ha presentato Jack al mondo per la prima volta), non vede l’ora di essere notato, brama dalla voglia di destare scalpore, ed essere riconosciuto come il più grande artista, il più grande architetto, il più grande serial killer del cinema moderno.

Ci ha provato in passato, con risultati altalenanti, ma è con La Casa di Jack (in originale The House That Jack Built) che ha finalmente sfornato il suo capolavoro, il film per il quale sarà ricordato dopo aver attraversato l’Acheronte e consegnato la sua anima nera alle tenebre cui appartiene. “Ammirate la mia opera, o potenti, e disperate!” diceva l’Ozymandias di Percy Shelley, ed è esattamente questo grado di onnipotenza artistica che Von Trier vuole raggiungere tramite le efferate gesta del personaggio di Dillon, qui nel ruolo della vita.

Il film è estremamente petulante a causa delle urla di Von Trier, che nel bisogno sfrenato di mettersi in mostra condisce la natura episodica dell’intreccio (il protagonista racconta, a noi e ad un misterioso interlocutore, cinque delle sue imprese omicide, scelte casualmente) non solo con le solite verbosità intellettuali tipiche del suo modo di fare cinema, ma anche con tantissimi voice-over non necessari pensati esclusivamente per spiegare la grande metafora che sorregge il film: e cioè che Jack è in realtà Von Trier, che con la sua arte (omicidio/cinema) cerca obiettivi più alti, il consenso supremo, un fine universale, e che ogni grande artista sfrutta i suoi attori/vittime come mattoni/cadaveri per innalzare la sua opera/casa.

Come se l’allegoria non fosse abbastanza evidente, Von Trier ci spiattella in faccia momenti letteralmente tratti dai suoi precedenti film – Antichrist, Melancholia, Nymphomaniac, Le Onde del Destino  per riflettere sui momenti più duri partoriti dalla settima arte. I livelli di ego e narcisismo sono li stessi che muovono la mano di Jack, che col suo disturbo OCD torna ripetutamente sulla scena del crimine per pulire, modificare dettagli, scattare altre foto, sempre alla ricerca della perfezione assoluta.

Al di là del solito atteggiamento da punk ribelle, e quindi l’abbattimento di ogni perbenista tabù moderno (il film, nell’era del MeToo e del politicamente corretto, mostra immagini di violenza contro donne, bambini e animali), è quasi deludente che la grande metafora che funge da fondamenta per l’opera sia così scontata. Eppure, a ben pensarci, il regista ce lo ha detto chiaramente: “Qualche volta il modo migliore per nascondersi è non nascondersi affatto”.

E allora ribaltando il film viene fuori qualcos’altro, qualcosa di infernale e dantesca memoria, qualcosa che più che riflettere sull’arte si interroga sull’esistenza tutta e la condizione umana, priva di speranza o di gioia o di un qualsiasi altro briciolo di positività. C’è da dire quindi che nella chiosa il film diventa quasi un capolavoro, con Von Trier che cita Ingmar Bergman (Verge è non solo Virgilio, ma anche il Vergerus di Passione), La Divina Commedia e la pittura di Caravaggio e imbastisce una sequenza epica che si consegna all’immortalità del Cinema.

Nel mondo di Von Trier – un non-luogo fatto dai paesaggi e le architetture dell’Europa del nord (la sua Danimarca) dentro cui si muovono però personaggi americani –  i tormenti terreni vengono abbandonati alla fine della vita, e la bellezza e la pace si raggiungono all’Inferno. Il Paradiso è inaccessibile per chiunque, il ponte che ne permette l’accesso è crollato ormai millenni fa, e quando Jack chiede se “si può scalare quella sporgenza e fare il giro per raggiungere l’altra parte?” La Casa di Jack si trasforma nel magnum opus del Baudelaire del cinema contemporaneo, un regista maledetto dall’ambizione spropositata, un Icaro che non sa quando fermarsi. E che, nel bene e nel male, è impossibile ignorare.

 

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