Dopo aver rivoluzionato la narrativa a fumetti, il leggendario autore di Northampton sfida le convenzioni del romanzo contemporaneo pubblicando un’opera mastodontica e sconvolgente.

Ci abbiamo messo quasi un anno per completare la lettura di Jerusalem e decidere di provare a cimentarci nell’impresa di parlarvene in uno speciale. Non solo per il più banale dei motivi, e cioè che tra videogame, serie tv e nel mio caso cinema, cinema e cinema, trovare il tempo per scrivere qualche parola su un’opera così mastodontica e sconvolgente è stato ahinoi abbastanza complicato … ma soprattutto per il non trascurabile “problema” che Alan Moore non è né Dan Brown né Stephenie Meyer (col massimo rispetto, ci mancherebbe) e che il suo romanzo richiede un’attenzione particolare che va ben oltre il semplice atto dello scorrere gli occhi su delle parole stampate e voltare una pagina dopo l’altra.

In poche parole – definizione che assume toni ironici quando si parla di Jerusalem, una delle opere letterarie più lunghe mai scritte – il mago di Northampton ha fatto la sua magia. O rifatto, se consideriamo che questo romanzo fiume arriva nella fase “finale” di una carriera impressionante e ingloba dentro le proprie mille e duecentosessantasei fittissime pagine tutti gli stilemi della sua poetica, dall’ironia tagliente e beffarda all’eternalismo (teoria filosofica che non contempla lo scorrere del tempo, immaginandolo come un blocco di eventi prefissati), dalla metatestualità all’esoterismo (per anni ha studiato la Cabala, si è un autoproclamato mago e oggi adora il dio romano Glicone), dal desiderio barra ambizione di partorire immagini visionarie, mai sognate da nessuno prima, fino ad arrivare alla passione delirante per l’architettura, che era già incredibilmente fondamentale nel seminale From Hell.

Ed è soprattutto di architettura che parla Jerusalem, che alternando costantemente situazioni alla James Joyce (la densità della prolissità, la ricercatezza lessicale per enfatizzare il piacere dell’uso della parola, della verbosità, della complessità strutturale della proposizione), l’eleganza di Charles Dickens, la poesia di William Shakespeare, la fantasia di Lewis Carrol e le allucinazioni di H.P. Lovecraft (o del suo amatissimo William Blake) immagina uno schema totalizzante che abbracci lo spazio e il tempo. Anzi gli spazi e il tempo, perché Moore manipola gli spazi usando il passaggio del tempo, che è contemporaneamente prima o dopo e sia prima che dopo ma in realtà è sempre adesso, e al centro di tutto c’è Northampton.

La sua Northampton, che già nel suo primo romanzo in prosa La Voce del Fuoco aveva raccontato attraverso il tempo: quell’opera consisteva in una serie di racconti che studiavano l’evoluzione della città (e quindi dei suoi abitanti) dall’Età della Pietra al presente, e la differenza sostanziale con Jerusalem (che pure abbraccia un lasso di tempo ampissimo) è che qui il passaggio del tempo non esiste; non è la dimensione temporale a variare ma quella spaziale, siamo noi che ci spostiamo all’interno di un tempo che non è una sensazione ma una vera e propria dimensione fisica (la quarta) fatta di materia tangibile, con una sua struttura architettonica ben precisa, come gli ingranaggi dell’orologio già individuati dal Dottor Manhattan di Watchmen.

Perfino la vita e la morte non prescindono da questa struttura, perfino le concezioni di Inferno e Paradiso (che ovviamente non esistono, sono soltanto il frutto dell’immaginazione di chi ha intravisto la vera struttura dell’universo e ha provato a spiegarla in maniera comprensibile) vengono sfidate e rielaborate in questa mirabolante, infinita avventura odisseica che si disarticola in cosmologie inventive ed esaltate.

C’è Alma Warren, un’artista eccentrica che è l’alter ego letterario di Moore, e c’è suo fratello Michael, che è il vero fratello minore dell’autore e che da bambino rischiò di soffocare durante un pasto. Morì, ma solo per pochi secondi, e poi fu rianimato e si riebbe per miracolo. Anni dopo, quando entrambi sono adulti, in qualche modo Mike riuscirà a ricordare ciò che vide in quei brevi secondi di non-vita, l’universo che esplorò, i tempi attraverso i quali si mosse e i fantasmi che conobbe.

Ma oltre alle peculiari vite dei due c’è tanto di più, tante vite e situazioni delle quali Moore vuole farci partecipi: un poeta di mezza età che vive con la sua vecchia madre, una prostituta dipendente dall’eroina, pellegrinaggi verso la fine dei tempi, qualcuno che lavora con i rifugiati, un predatore notturno, una sala da biliardo metafisica, un ragazzo confuso, un orribile incidente, un monaco templare, un fantasma che essendo incorporeo cerca di trovare un rimedio all’impossibilità logistica di fare sesso, voli notturni in compagnia del re demone Asmodeo …

E poi ci sono i capitoli storiografici, sempre legati a Northampton ma relativi alla floridità della sua controcultura:  gli ultimi giorni di Lucia Joyce, figlia del succitato scrittore dell’Ulisse, che morì nel St. Andrew’s Hospital della città; il poeta rurale John Clare e il compositore premio Oscar Sir Malcolm ArnoldSamuel Beckett, ovviamente, che con miss Joyce ebbe una relazione, e il suo quasi omonimo Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury che morì nel 1170 e tre anni dopo fu fatto santo.

Tutto è Northampton per il campanilistico Moore, tutto è accaduto all’ombra dei suoi palazzi neri e fuligginosi, tutto è passato, in un modo o nell’altro, per le vie dei Boroughs. Northampton è, in tutto e per tutto, il centro di ogni universo esistente, vivo e morto, sovrannaturale e terreno, magico e non. E’ la modera Babilonia, che a differenza della città mesopatamica c’è sempre stata e ci sarà sempre. E lui, Alan Moore, ne è ovviamente il figlio più illustre.

Questo cosa fa di lui? Il più grande letterato della storia dell’uomo? Impossibile stabilirlo. Di certo lui ne è convinto, almeno nei giorni buoni. Quel che è certo è che Jerusalem merita, ha meritato e meriterà un posto d’onore fra i romanzi contemporanei più ambiziosi, stranianti ed inusuali mai concepiti.

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