Royal City Volume 2 di Jeff Lemire | Recensione

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Nel secondo, e penultimo, volume del suo drama famigliare, Jeff Lemire ci riporta al 1993 e al cuore del conflitto della famiglia Pike.

Quando ho avuto l’onore di scambiare alcune battute con Jeff Lemire durante la scorsa Lucca Comics and Games, cliccate QUI per la video intervista, l’autore canadese sembrava intenzionato a dilatare i tempi narrativi delle sue serie, affascinato dai tempi narrativi delle grandi produzioni televisive del passato ma soprattutto del presente.

Con il primo volume di Royal City – la nostra recensione QUI – tutto sembrava convergere verso questo percorso creativo con una storia che affrontava, per tematiche e costruzione, le modalità narrative tipiche del romanzo grafico ma spezzettandole nelle tempistiche di una serie mensile.

A circa un anno di distanza però la situazione sembra essersi capovolta e Lemire ha già annunciato che Royal City si concluderà in “soli” tre volumi.

BAO Publishing propone quindi questo secondo volume che, come ci aveva lasciato intuire il finale del primo volume, si concentra sulla figura di Tommy, il quarto e perduto fra i fratelli Pike.

Nel volume precedente la famiglia si era stretta intorno al patriarca, Peter, colpito da un infarto, venendo così a patti con la sua evidente disfunzionalità testimoniata dai 3 figli – Tara, immobiliarista con un matrimonio a pezzi, Richard, operaio con un problema di alcol e sommerso dai debiti, e Patrick scrittore in crisi che si era trasferito nella “grande città” – che si ritrovavano a Royal City, una piccola cittadina del New Jersey che ha visto tempi migliori dopo che la fabbrica che ne ha determinato per decenni il benessere naviga in acque difficili, e la cui incomunicabilità – vero tema portate del primo arco narrativo – si era poi manifestata al lettore nella scoperta che in realtà un quarto fratello Pike, Tommy, era morto in circostanze misteriose nel 1993.

Lemire ci riporta quindi al 1993. Con nelle orecchie la rivoluzione del grunge, conosciamo Tommy. Introverso e schivo, Tommy vive quasi ai margini della società ma soprattutto vive ai margini degli affetti famigliari riuscendo a connettere a stento con i fratelli e men che meno con i genitori. La situazione però muta lentamente ma inesorabilmente quando una visita medica fa luce sui lancinanti mal di testa che lo affliggono e che potrebbero rappresentare non solo una manifestazione fisica di un male di vivere psicologico.

Se nel primo volume il lettore era guidato da Patrick, il maggiore dei Pike, nella piccola cittadina alla riscoperta di amici e famigliari, nel secondo volume la narrazione diventa più intima e meno magico-realistica, in un viaggio interiore in cui la solitudine è l’anticamera di quella incomunicabilità così deflagrante del primo volume.

Il lettore non solo compie un viaggio nella mente e nell’anima di Tommy ma attraverso di lui si scopre la nascita delle solitudini degli altri componenti della famiglia Pike. Pur rischiando di suonare banale, la conclusione alla quale Tommy giunge a metà volume è che tutti sono delle isole, tutti siamo soli ma a volte, solo a volte, possiamo essere soli in compagnia.

Quella di Tommy non è una riflessione autoreferenziale ma, al contrario, tocca temi universali sullo sfondo della condizione esistenziale ultima dell’uomo: la sua finitezza.

Quando Tommy capisce che forse è gravemente malato il suo sguardo sulla realtà muta inconsciamente – per la prima volta vede i suoi genitori come persone “reali” con problemi e sentimenti – mentre la sua mente si sofferma a riflettere sull’idea stessa della morte – come e cosa significa morire – e sulla prospettiva estremamente finita della vita in una piccola cittadina di provincia che diventa una gabbia soffocante.

Quest’ultimo aspetto poi fa da corollario allo sfondo musicale che Lemire imbastisce: gli anni ’80 sono finiti e con loro l’idea che la vita nella cittadina di provincia sia eccitante, strizzando anche l’occhio a una certa filmografia teen, mentre l’inadeguatezza e il male di vivere del grunge prendono l’inesorabile sopravvento per una generazione disincantata e disillusa.

Queste riflessioni si concretizzano quindi nelle vicende più disparate della famiglia che intanto continua a “muoversi” ignara del destino di Tommy stesso.

Royal City Volume 2 è miseramente malinconico, strappando alcune pagine direttamente dai primissimi lavori di Jeff Lemire – addirittura Lost Dogs più che Essex County, tanto diretto quanto profondo.

Il tratto di Lemire è riconoscibile e particolarmente deciso in questo volume così come i colori, sempre realizzati con la peculiare tecnica dell’acquerello, diventano “accesi” evidenziando le camicie di flanella dei giovani protagonisti.

L’autore canadese costruisce poi la tavola con una particolare attenzione per la verticalità: se nel primo volume infatti era il gioco degli sguardi ad essere il perno, graficamente, del volume, qui invece è la prossemica e il posizionamento dei corpi a farla da padrone con figure spesso intere che dominano la pagina e che attraverso il proprio corpo esprimono istantaneamente le proprie caratteristiche oltre che i rapporti fra i vari personaggi.

Pregevole come sempre la cura carto-tecnica del volume cartonato confezionato da BAO Publishing in cui la resa grafica eccellente si unisce all’ottima traduzione di Leonardo Favia.

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