I Famelici di Robin Aubert | Recensione

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Il film è disponibile su Netflix.

Pregi e difetti del bellissimo I Famelici del canadese Robin Aubert vengono subito stabiliti nei primissimi minuti del film: due amici, seduti sul retro di un furgone, si raccontano barzellette già sentite, scontate e nient’affatto divertenti; dopo di che risalgono nell’abitacolo, mettono in moto e se ne vanno, e la camera – sempre fissa per tutta la scena – ha modo di mostrare il cadavere abbrustolito di un uomo, che fino a quel momento agli occhi del pubblico era rimasto nascosto dal furgone.

Ecco I Famelici, in breve: un horror diretto in maniera ineccepibile, uno zombie movie sofisticato, dolce, violentissimo e capace di notevoli sprazzi di surrealismo e trascendenza, che ha nel suo unico punto debole la poca ispirazione dei dialoghi, piatti e poco coinvolgenti come una barzelletta scontata. Eppure tutto il resto è così  ben fatto che passare sopra alle difettose battute dei personaggi non è affatto un sacrificio, anzi: dopo un po’ smetteremo di farci caso e, di punto in bianco, saremo proiettati nel mondo post-apocalittico immaginato da Aubert, dove tutto è silenzioso, verdissimo, nebbioso, quasi onirico, e dove risuonano i grugniti dei morti viventi e le note tribali della splendida colonna sonora di Pierre-Philippe Côté.

La trama è la solita: il mondo è stato colpito da una sconosciuta epidemia e adesso è infestato da zombie affamati di carne umana; siamo in Canada, nel boscoso Quebec, e seguiamo le peripezie di un gruppo di sopravvissuti che cercherà, ehm, di sopravvivere appunto.

Ma in un genere estremamente saturo come quello dello zombie movie Robin Aubert con I Famelici riesce a distinguersi dal resto dei tanti prodotti recenti. E’ palese che il punto di riferimento per il regista canadese sia La Notte dei Morti Viventi di Romero, coi suoi tanti spunti e sotto testi sociali – che del resto sono la quintessenza di questo genere cinematografico: togliete Romero dall’equazione e non state più facendo uno zombie movie – ma qui, a differenza di molti altri zombie movie recenti, non ci si limita a copia-incollare le lezioni del maestro dell’horror.

Aubert porta un timbro personale molto forte (se vogliamo un po’ come fece Danny Boyle con 28 Giorni Dopo, facendo le dovute proporzioni: del resto, I Famelici è anche figlio dell’opera del regista britannico) con un film che alterna politica a dramma, filosofia a splatter, ora crudo e realistico, ora esagerato e disgustoso.

La cosa più interessante, poi, è lo straniante e al tempo stesso geniale discorso culturale-religioso portato avanti dal regista per tutto il film, che culmina in un climax tra il trascendente e il surreale. Se ne La Terra dei Morti Viventi c’era quello zombie-soldato che, in una delle scene più inquietanti ed evocative di tutta la cinematografia horror, afferrava il fucile e sparava verso il cielo, qui avremo almeno altre due bellissime immagini per le quali ogni cinefilo che si rispetti perderà la testa: una zombie madre che prova a cullare un bambolotto e soprattutto gli stranissimi idoli che gli zombie erigono verso il cielo accatastando oggetti (sedie o giocattoli) nel ricordo di una società decaduta per sempre, ma non ancora dimenticata.

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