“Vuoi sapere come ti ho trovato, Nora?”

Giusto l’altro giorno stavo rileggendo Watchmen. Perchè, almeno una volta l’anno, mi viene voglia di rileggerlo. Perché Watchmen va riletto almeno una volta l’anno.

Arrivato all’ultima pagina chiudo il volume, lo sollevo dal tavolino (ho l’edizione cartonata gigante, quindi il termine sollevare è perfettamente calzante), faccio per riporlo in libreria e chi mi ritrovo in quarta di copertina? Damon Lindelof.

Tra le tante parole di elogio riportate dietro al volume, infatti, insieme a quelle di Rolling Stone, o del New York Times, o di USA Today, in basso è presenta una frase dello sceneggiatore creatore di Lost e The Leftovers. E la frase dice (riferendosi al fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons, chiaramente): “La più grande opera di narrativa popolare che sia mai stata prodotta”.

Vi starete chiedendo quale sia il punto. Ora ci arrivo.

Queste precise parole, infatti, sono tornate alla mia mente subito dopo la conclusione di The Book of Nora, episodio finale dell’ultimo capitolo della trilogia di The Leftovers. Che, senza ulteriori giri di parole, definisco qui e ora la più grande epopea televisiva drammatica che sia mai stata prodotta.

L’avevamo lasciata due volte, la nostra Nora: al termine dell’episodio sei, Certified, quando sembrava decisa a sperimentare su se stessa la misteriosa tecnologia (quando l’ho vista, quella tecnologia, mi ha ricordato non poco quella in cui si infila Denzel Washington in Déjà Vu di Tony Scott) che avrebbe dovuto portarla nel luogo dove è andato a finire il 2% delle persone scomparse; ma anche e soprattutto al termine del primo episodio, The Book of Kevin, quando l’avevamo vista invecchiata, nell’Australia del futuro. Del futuro, o di un’altra dimensione. Chissà.

The Book of Nora non poteva limitarsi a raccontare soltanto l’ultima storia di Nora (e di suo fratello Matt: l’avevamo lasciato con lei alla fine di Certified), doveva inevitabilmente anche chiudere il cerchio iniziato tre anni fa con il primo, drammatico episodio della serie. E Damon Lindelof (che ha scritto quest’ultima sceneggiatura insieme all’autore del romanzo che ha ispirato la serie tv, Tom Perrotta), è riuscito a confezionare il finale perfetto.

Attenzione però. Con perfetto non intendo certo dire che piacerà a tutti. Quel che voglio dire è che, per una serie che ha spesso fatto dell’ambiguità il suo punto di forza, un finale migliore di questo non poteva esserci. Non soltanto non si sbilancia su ciò che è vero e ciò che non lo è, ma rimane saldamente ancorato all’umanità di questi personaggi, mettendo in risalto ancora una volta (l’ultima, purtroppo) le loro tantissime sfaccettature.

The Leftovers è una storia sulle storie. Lo è sempre stata. Fin dall’inizio, ha raccontato la storia di persone che si raccontano storie, quel tipo di storie che servono per ingannarsi, o autoconvincersi, o procrastinare. Storie di persone che siedono sui tetti in attesa che le stelle rivelino le loro verità.

Kevin e Nora hanno sprecato la loro intera vita insieme perché non si sono mai detti la verità. Ma forse sono ancora in tempo. Forse, in fondo, c’è sempre un po’ di tempo ancora.

Le cose che ho maggiormente apprezzato di questo finale – che, ripeto, secondo la mia modestissima opinione è perfetto e soprattutto calzante – sono l’onestà intellettuale e il coraggio dimostrati ancora una volta da Lindelof.

E’ stato di una squisita onestà intellettuale, ad esempio, il fatto che solo alcune domande abbiano trovato risposta, e non tutte; i temi e gli argomenti trattati da The Leftovers nell’arco dei suoi 28 episodi sono stati tantissimi, tutti estremamente complessi, profondi e stimolanti: gli affetti, il lutto, il superamento del lutto, la religione, la scienza, i tanti espedienti che le persone trovano per continuare a mentire a se stesse.

Che una semplice (o meglio “semplice”) serie tv possa pensare di farsi carico di oneri e onori e pretendere di spiegarci il perché delle cose o il senso della vita, o darci la certezza di cosa c’è dopo la morte, è assolutamente impensabile.

(E soprattutto, nessuno ha mai chiesto a questi ragazzi di fare una cosa del genere: ricordiamoci che uno dei fondamenti del surrealismo è di non spiegare mai la propria opera).

Ho apprezzato anche il coraggio dell’ennesima scelta narrativa ardita compiuta da Lindelof: quella cioè di evitare deliberatamente una storia finale che puntasse alla lacrima facile, per mettere in moto piuttosto un sensazionale trucco di magia – troncare a metà la scena di Nora nella “macchina dimensionale” ed inserire così due diverse sinossi all’interno di un solo episodio (Nora compie il suo ultimo viaggio; Nora conduce una vita da eremita nell’Australia del futuro; come, perché e quanto sono collegate le due cose?)

Per quanto sia drammatico e commovente (e lo è, soprattutto la seconda volta), la qualità maggiore di The Book of Nora è quella di essere in grado di spiazzare lo spettatore come pochi altri episodi della serie sono stati in grado di fare. Bisogna tornare ad Assassino Internazionale per ritrovare quel puro stupore misto a meraviglia mista a spaesamento, tutti e tre mescolati col trepidante senso d’attesa e di costante incertezza.

L’inganno maggiore è fornito da Kevin, e da quella che lui sostiene sia la sua versione dei fatti: ancora bugie e mezze verità, oppure siamo davvero in un altro mondo? Quello che bussa alla porta di Nora non è il Kevin che abbiamo conosciuto, in effetti, e l’episodio gioca con noi per almeno trentacinque-quaranta minuti in modo delizioso, lanciando senza sosta messaggi subliminali e riferimenti alla mitologia della serie (lo scottex in cucina, la capra, gli uccelli e così via).

Tanti i passaggi chiave.

La storia del mondo alternativo abitato dal 2% della popolazione è stata un vero tocco di classe. Usando le parole di Nora, “Noi siamo stati fortunati, perché abbiamo perso solo alcuni di loro. Loro hanno perso tutti”. Semplicemente scioccante. E con in più una morale che nella sua semplicità è estremamente positiva (ma dalla prima alla terza stagione c’è stato un fortissimo crescendo di positività): bisogna apprezzare quello che abbiamo, sempre, perché ci sarà sempre qualcuno più sfortunato di noi.

(In più, ora che sappiamo cosa ne è stato del 2%, possiamo sperare su uno spin-off dedicato alla realtà del 2%, magari intitolato The Departed).

Un altro snodo centrale è la vicenda di Kevin, che vediamo trasformato da uomo terrorizzato dalla devozione a individuo che ha scelto di credere in una sola cosa: che la donna che ama, in qualche modo, è ancora viva. Sentirlo raccontare il suo racconto è stato sconvolgente e appassionante ed è stato magnifico.

Vanno menzionati poi sicuramente la scalata della collina per soccorrere la capra “redentrice del peccato” (una scena dal forte retrogusto biblico, accompagnata dall’impareggiabile colonna sonora di Max Ritcher) e il ballo sulle note di Otis Redding: quanto è struggente e delicata quella scena, quanto è doloroso vedere i due innamorati messi di fronte a tutti gli anni che hanno sprecato, che hanno lasciato alle spalle.

Può cambiarti la vita, quello che accade in The Book of Nora: i due protagonisti sembrano volerti dire “guardaci, guardaci e fai di tutto per non ridurti come ci siamo ridotti noi.” E nel vederli vi verrà voglia di correre sotto casa di quella persona che avete sempre amato in segreto, senza mai rivelarglielo, per paura o vergogna, soltanto per lasciarvi andare almeno una volta. Costi quel che costi.

L’ultima scena ricalca tantissimo la scena finale del terzo episodio, Crazy Whitefella Thinking: lì, seduti a tavola, c’erano Grace e Kevin Sr, lei raccontava una storia temendo di non essere creduta e lui invece le credeva; in The Book of Nora, invece, ad un tavolo molto simile in una cucina non troppo diversa sperduta chissà dove nella stessa campagna australiana, troviamo Nora e Kevin jr: lei racconta una storia temendo di non essere creduta, lui invece le crede.

Tutto qui. Storie. Storie su persone che raccontano storie.

Starà a voi, adesso, scegliere se credere o meno all’ultima storia di The Leftovers, forse quella più importante: la storia narrata nel libro di Nora.

Una buona storia, comunque, rimane una buona storia. Che sia vera o che sia falsa, a volte non conta. A volte basta la fiducia. A volte la verità non è così importante.

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