Swamp Thing di Rick Veitch voll. 7-9 | Recensione

Pubblicato il 27 Aprile 2017 alle 10:00

Cosa accadde alla Cosa della Palude dopo la fine della storica run di Alan Moore? Di tutto e ce lo rivela Rick Veitch in tre volumi dai toni psichedelici imperdibili per tutti i fan della Vertigo e del lato mistico/esoterico della DC!

Quando si discute su Swamp Thing si pensa subito ad Alan Moore. Sebbene la mostruosa creatura della palude sia stata creata da Len Wein e Bernie Wrightson, non si può negare che la run del celebrato autore di Watchmen sia fondamentale.

Nei primi anni ottanta, infatti, l’allora sconosciuto scrittore britannico iniziò a scrivere i testi di una collana che era a un passo dalla chiusura, ideando story-line rivoluzionarie che svecchiarono i comics statunitensi e anticiparono lo stile della futura linea Vertigo.

Come sanno i fan, le storie di Moore sono state ristampate ma mancavano gli episodi successivi, quelli firmati da Rick Veitch. Quest’ultimo aveva illustrato parecchi episodi di Swamp Thing, dando forma alle situazioni deliranti e visionarie immaginate dal Bardo di Northampton. Conosceva dunque bene il personaggio. Di conseguenza, quando Moore abbandonò il mensile, Veitch si occupò pure delle sceneggiature.

Lion ha pubblicato tre volumi con le storie di Veitch, nell’ambito della serie Grandi Opere Vertigo dedicata proprio a Swampy. Nelle prime sei uscite trovate quelle di Moore e dal settimo quelle, appunto, di Veitch. Come avrete modo di scoprire, costui non ha nulla da invidiare a Moore per ciò che concerne la fantasia e l’inventiva e, con estrema facilità, prosegue le vicende della Cosa della Palude dal punto in cui lo scrittore inglese si era fermato.

Dopo il suo viaggio nelle galassie, Swamp Thing è tornato sulla terra. Il rapporto con la splendida Abby va bene e tutto sembra funzionare nella vita della coppia. Ma è la calma che precede la tempesta. Il Parlamento degli Alberi, infatti, ritenendo Swamp Thing scomparso, ha creato un nuovo Avatar del verde. Tuttavia, non ce ne possono essere due contemporaneamente e questo potrebbe compromettere l’equilibrio dell’esistenza.

E’ quindi necessario che Swamp Thing distrugga il nascituro. Ma avrà il coraggio di farlo? Se a ciò aggiungiamo l’insidiosa presenza di John Constantine e di Solomon Grundy, si può intuire che le cose saranno problematiche.

L’ottavo e il nono volume hanno a che fare con questa situazione e, dal punto di vista della continuity, sono essenziali poiché vedono la nascita della piccola Tefé. L’evento, con il senno di poi, sarà rilevante non solo per Swampy e Abby ma anche per Constantine.

Inoltre, Veitch si diverte a giocare con il DCU, utilizzando sia personaggi del filone mistico/esoterico della casa editrice come lo Straniero Fantasma e Demon, sia altri più mainstream del calibro di Guy Gardner, Superman e Lex Luthor (bisogna specificare che queste avventure uscirono in epoca pre-Vertigo).

Dal punto di vista della scrittura, Veitch cerca di avvicinarsi allo stile di Moore, insistendo sui toni lirici, a tratti retorici, ma intriganti. Abbondano i riferimenti alla Beat Generation, alle correnti esoteriche della New Age, alla fisica quantistica e alla psicologia. Il risultato è un mix spiazzante di suggestioni culturali che fa di Swamp Thing un fumetto sofisticato che è riduttivo classificare nell’ambito ristretto dell’horror.

Veitch sperimenta con la struttura del plot, alternando testi in prima e in terza persona, e in alcune occasioni crea episodi contrassegnati da due o più piani alternati di narrazione che rendono impegnativa, ma coinvolgente, la lettura. Fa lo stesso con i disegni. Molte delle sue tavole sono meravigliosi esempi di arte psichedelica, mutuata dalla grafica underground degli anni sessanta, con un lay-out mutevole.

L’effetto è straniante, tanto che si ha l’impressione di sperimentare un trip da LSD. In alcuni episodi sono coinvolti Brett Ewins e Tom Mandrake che tentano di accostarsi, riuscendoci, allo stile di Veitch, e una nota di merito va all’ottimo Alfredo Alcala che con le sue chine dà spessore e ombrosità alle matite. Insomma, se conoscete solo le storie della Cosa della Palude di Alan Moore, è bene concedere una chance pure a questa run. Non ve ne pentirete.

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