CinemaForever #4 – Christopher Nolan: la filosofia dell’inganno

Pubblicato il 25 Maggio 2016 alle 13:25

Quarto appuntamento con la rubrica settimanale di MangaForever dedicata al cinema e alle sue figure di spicco. Oggi parliamo di uno dei registi più apprezzati del nuovo millennio: Christopher Nolan.

Disegno una marea di diagrammi quando lavoro. Perchè mi libera, trovare un modello matematico o scientifico al quale fare riferimento. E disegnando queste immagini, questi diagrammi, riesco a prefigurarmi il ritmo e il movimento che dovrò imprimere in una scena. 

Alcuni affermano che i suoi punti di forza siano il taglio di capelli e la bustina di thé inglese che sul set ha sempre nel taschino, pronta per l’uso. Altri danno il merito alle sue intuizioni cinematografiche e visive, che il fisico Kip Thorne ha paragonato a quelle che Einstein fece in campo scientifico. Oppure è il fatto che non abbia una email né un cellulare, per tenere la menta sgombra e sempre concentrata su ciò che sta facendo.

Speculazioni e voci di corridoio a parte, quel che è certo è che nella linea temporale della storia della settima arte è già stato segnato quel segmento che distingue il cinema pre-Christopher Nolan  da quello post-Christopher Nolan.

Un’eredità che il regista britannico, nell’arco della sua ancora relativamente breve carriera, ha già lasciato e lascerà per i registi delle prossime generazioni, che però sta già influenzando e non poco i suoi colleghi a lui contemporanei.

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Tanto per cominciare, potremmo parlare dell’avvento della tecnologia IMAX: fino al 2008 questo tipo di pellicola – che garantisce una qualità di risoluzione dell’immagine di gran lunga superiore a quella raggiungibile con la pellicola convenzionale – veniva usata esclusivamente per la realizzazione di documentari.

Poi è arrivato Nolan, che ha voluto (e saputo) piegare questa tecnologia al proprio volere, mettendola al servizio prima de Il Cavaliere Oscuro e poi di tutti i film che ad esso sono seguiti.

Per sottolineare l’importanza pionieristica della rivoluzione cinematografica che il formato IMAX rappresenta, e sta rappresentando, mi verrebbe in mente il paragone con l’invenzione ad opera di Garrett Brown, che sul finire degli anni settanta regalò alla settima arte la steadicam (qualche anno più tardi questo tipo di cinepresa, al tempo ancora sperimentale, raggiunse la sua consacrazione fra le mani di Stanley Kubrick, che la utilizzò con un’eleganza tutt’ora insuperata in Shining).

Ecco, se c’è una giusta definizione che ben si adatta a Christopher Nolan è quella di pioniere. Che, coincidenza, è il modo in cui Nolan stesso definisce la razza umana in Interstellar.

Un pioniere oscuro, un cupo visionario.

E non a caso il noir è onnipresente nella sua filmografia.

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Fin da Following (1998), (ma anche dal precedente Doodlebug, cortometraggio di appena tre minuti pregno di paranoia e ansia) Nolan ha sempre dimostrato una tendenza spasmodica, quasi ossessiva verso le atmosfere cupe, opprimenti. Una claustrofobia della mente, della psiche, che intrappola il protagonista in processi ingannevoli.

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