Go Nagai Robot

Intervista a Jamie ‘Hellblazer’ Delano in doppia lingua

Intervista in doppia lingua ad una delle icone del fumetto britannico a cura di Armando Perna

Durante la scorsa edizione del Lucca Comics & Games, come ho raccontato, ho conosciuto Jamie Delano, presente in fiera grazie a GCS, (Green Comm Services), per promuovere la versione italiana di 2020 Visions, un volume ben fatto e con una bellissima copertina di Davide de Cubellis.

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Ci siamo incontrati per caso: mentre curiosavo per gli stand sono stato attratto proprio dalla copertina di 2020 Visions e ne ho acquistato una copia, intrattenendomi a parlare con Cesare Giombetti di GCS che ad un certo punto mi fa: “se ti va puoi anche fartela dedicare dall’autore”. Ed io “Ma chi, Jamie Delano? Cioè, avete portato Jamie Delano a Lucca e non c’è neanche indicato tra gli ospiti della fiera?”. Ebbene sì, quel distinto signore poco distante da noi che conversava amabilmente con Goran Sudzuka era proprio Jamie Delano.

Una delle icone della cd. “British new wave generation”, Jamie Delano non ha bisogno di presentazioni: da Hellblazer a Doctor Who, da Captain Britain ad Outlaw Nation, i suoi lavori sono universalmente noti ed apprezzati.

Jamie è un vero galantuomo inglese: cortese, ottimo conversatore e molto disponibile nonostante la sua notorietà.

Abbiamo chiacchierato un po’ a Lucca e ci siamo scambiati i contatti. Sul finire dell’anno scorso ha acconsentito a rilasciare l’intervista di cui trovate, di seguito, il testo corredato di traduzione per i non anglofoni (anche se consiglio la lingua originale per poter cogliere il sottile humor e lo stile ineccepibile della prosa di Jamie).

* * *

Versione Italiana

A.P. – Sei uno dei primi autori di fumetto della cosiddetta “British new wave generation” che potrebbe essere considerata una vera e propria rivoluzione per il fumetto. Quali erano gli obiettivi e quali sono stati gli effetti di questo movimento artistico?

J.D. – Lo “spostamento” di artisti e scrittori britannici sulla scena del fumetto americano alla fine degli anni ’80 – inizio degli anni ’90 è stato a volte descritto come un’ “invasione”, ed io credo che, al tempo, esso fu motivato, come lo sono molto spesso le invasioni, da un desiderio di fondo di ricchezza e gloria. Non c’era alcun piano generale a livello artistico, almeno nessuno del quale io fossi al corrente. Alan Moore forzò la porta d’ingresso ed il resto di noi si affollò all’interno successivamente. Il tempismo fu ottimo. Il fumetto americano era probabilmente un po’ moribondo, endogamico, intrappolato nei propri stereotipi costantemente riciclati. Il medium sembrò maturato per effetto di un’iniezione di creatività radicale ispirata da uno humor inglese per sua natura cinico. A quel tempo – per la mia non approfondita conoscenza della storia del fumetto mainstream – non ero particolarmente consapevole di essere guidato da un vero e proprio fervore rivoluzionario. Mi ritrovai ad avere l’opportunità di scrivere il tipo di storie che mi erano congeniali, e fui grato di ricevere un’accoglienza sufficientemente comprensiva da consentirmi di scriverne abbastanza e ricavarne un discreto tenore di vita. Poi però la ruota gira, le rivoluzioni vengono sovvertite a loro volta, i Mainstream ritornano in voga. La creatività anarchica viene sussunta e diventa un “movimento artistico”.

A.P. – Nelle tue opere sondi nel profondo l’animo umano: gli istinti, i bisogni. Qualcuno direbbe con un certo pessimismo, ma io non sono d’accordo. Anche in “Nazione Fuorilegge” ed in “2020 Visions” c’è sempre una via d’uscita per i personaggi (anche se essa non è semplice). Mostri spesso il lato oscuro dell’umanità o una parte negativa della società. É anche questo un modo per dargli l’occasione per migliorare le cose?

J.D. – Sono sempre stato ossessionato da ciò che può essere descritto come un’ “immaginazione oscura”. Ciò mi è stato ispirato da piccolo, credo, dalla patologica insistenza di mia madre – contro ogni evidenza e qualsiasi buon senso – nell’apprezzare la superficiale bellezza del mondo e l’innata bontà dei suoi abitanti, che caratterizzano invece la “realtà” aberrante in cui ero spesso tristemente costretto a farle sbattere muso. La mia personale tendenza verso lo scoraggiamento è tuttavia mitigata da un apprezzamento, non scevro di humor nero, della condizione umana – un aspetto che spero si percepisca nei miei lavori. Potrei costringere i miei personaggi a resistere allo squallore ed alle oscure tentazioni e sperare che essi sopravvivano e vadano avanti contro tutte le difficoltà, ma provo invece a mostrare il lato comico delle loro miserie.

Gli sono riconoscente ed applaudisco quando la loro umanità prevale, ma dall’altro lato non li giudico o li condanno quando ciò non accade.

A.P. -Quale credi sia il ruolo del fumetto nella società odierna?

J.D. – Usata efficacemente, la sinergia di parole ed immagini offre opportunità che travalicano il genere in virtù del metodo di comunicazione delle informazioni in modo succinto, artistico e letterario, al fine di intrattenere, di educare o semplicemente stimolare; o, a volte, di fare tutto questo simultaneamente.

A.P. – A volte il tuo stile può essere paragonato al “flusso di coscienza”. Sei d’accordo?

J.D. – L’espressione “flusso di coscienza” esprime molto bene il mio processo creativo. La maggior parte delle mie storie nascono come non più di un’idea sfocata accompagnata da qualche elemento tonale – musica d’atmosfera, un’atmosfera emozionale, un sistema meteorologico creativo – nel quale i personaggi vengono presentati. Da lì è tutta una questione di ascoltare, teatralizzare e comunicare le parti rilevanti del monologo interiore per scoprire quale sia la verità che guida la storia nella quale mi sono imbattuto. Credo che abbiamo tutti un narratore interno che prova a raccontare e dare un senso alle nostre storie personali. Come scrittore, mi sforzo di origliare le vite segrete dei miei sfortunati personaggi e sfruttare le loro sofferenze per ottenere un effetto drammatico.

A.P. – Mi hai descritto John Constantine come un tuo “amico”. É così che lo senti?

J.D. – Si. Ma quel tipo di amico che ti mette nei guai… che distrugge la tua vita ma al contempo la arricchisce anche. Ho passato ore di follia vivendo in quell’impermeabile, provando istintivamente a comprendere John Constantine. Non sempre mi è piaciuto, ma il più delle volte è riuscito a provocarmi un oscuro ghigno di ammirazione, ed il fascino rimane.

A.P. – So che potrebbe essere per te un tasto dolente, ma vorrei conoscere la tua opinione sulla chiusura di Hellblazer

J.D. – Ho più volte sottolineato che HELLBLAZER era per la Vertigo quello che, nella mitologia, i corvi nella “Tower of London” rappresentano per l’Inghilterra. [Jamie si riferisce alla leggenda secondo la quale la monarchia inglese prospererà fino a che i corvi resteranno nella fortezza ndr]. Sarebbe una vergogna, sebbene prevedibile, se l’irrispettoso cambiamento d’immagine da Constantine in “Constanteen” [nell’originale in inglese il gioco di parole è con “teen” adolescente/ragazzino per ironizzare sul nuovo taglio editoriale “per ragazzi” del mainstream dc/vertigo ndr] presagisse il tracollo di una preziosa impronta nella quale molti scrittori e disegnatori hanno investito considerevoli energie creative nel corso degli anni. Ma gli imperi colpiscono ancora, di tanto in tanto [nell’originale inglese è parafrasata l’espressione del secondo Star Wars “The Empire strikes back” ndr]: ci saranno altre rivoluzioni in futuro.

A.P. – La tua scelta di abbandonare il “mainstream” per realizzare progetti personali e “più maturi” è stata molto coraggiosa. Come valuteresti quest’esperienza?

J.D. – Soddisfacente sotto il profilo creativo, ma economicamente suicida. Fortunatamente, non ho abitudini stravaganti, ho figli adulti ed indipendenti, un mutuo estinto ed una moglie dal reddito fisso.

A.P. -Sei stato in Italia in occasione dell’ultima edizione del “Lucca Comics and Games”. Che ne pensi della convention? Come ti sei trovato?

J.D. – Mi è piaciuto molto essere presente a Lucca (per promuovere l’edizione italiana di 2020 VISIONS [pubblicata da Green Comic Services ndr] e mi sono sentito davvero benvoluto. L’unico rimpianto è che la fiumana di persone in città a causa dell’evento ha diminuito le mie opportunità di apprezzare a pieno la sua atmosfera ricca di bellezze storiche. Vorrei ritornarci per esplorarla  senza la “distrazione” dei fumetti.

A.P. – “Book thirteen” è il tuo primo romanzo. Com’è stata la tua esperienza da romanziere?

J.D. – La prosa è sempre stata il mio primo amore. Mi sono poi imbattuto nel fumetto, scoprendo in questo mezzo di comunicazione un’opportunità sia per esprimermi attraverso l’invenzione sia per guadagnarmi da vivere. Alcuni critici hanno affermato, nel corso della mia carriera, che il mio stile narrativo rivelava un romanziere frustrato nascosto dentro allo sceneggiatore. C’era un che di vero in quella percezione. Dopo un’interruzione della mia produzione in ambito fumettistico – dovuta per lo più ad una personale perdita di direzione creativa all’interno del medium e ad un disagio per la situazione politica in generale – pensai che, avvicinandomi ai sessanta, fosse venuto ormai il tempo di fronteggiare l’insicurezza e la mia innata pigrizia mettendomi a lavoro, prima che fosse troppo tardi, per scoprire se avevo un degno “libro senza figure” nella mia penna. Francamente, vorrei averlo fatto prima. Mi sono divertito davvero molto a scrivere prosa. BOOK THIRTEEN potrebbe non essere immediatamente riconosciuto come un’opera di “Jamie Delano” – per questo ho usato il nom-de-plume di A. William James [che è il vero nome di Jamie n.d.r.] – ma mi ha soddisfatto il risultato finale, e l’esperienza della sua produzione, in particolare investire nel creare una casa editrice indipendente (www.lepusbooks.co.uk) per renderlo disponibile a coloro i quali fossero sufficientemente curiosi e diligenti da dargli la caccia e scovarlo. Finora, quelli che l’hanno letto e mi hanno dato riscontro sono stati generalmente generosi nel loro parere.

A.P. -Puoi dirci qualcosa sui tuoi progetti correnti? E qualcosa su quelli futuri?

J.D. – Attualmente sto scrivendo un altro romanzo. Nonostante sia leggermente collegato ad una componente mitologica sviluppata in BOOK THIRTEEN, questo è molto più riconoscibile come “di genere” nel suo contenuto, con uno stile di prosa maggiormente innovativo. Sono partito con l’intenzione di descrivere un romanzo poliziesco ambientato in un futuro poco lontano e distopico, tra universi paralleli poco distanti da quello in cui abbiamo la sfortuna di abitare. La mia esperienza in passato mi ha insegnato che le storie spesso  si modificano mentre vengono raccontate. Resta da vedere quanto riuscirò ad avvicinarmi al mio obiettivo iniziale. Ma uno dei privilegi dell’autoproduzione di un romanzo è che non c’è nessun editor che insista nel rispetto del progetto iniziale, né da tenere in considerazione lo stile di vita dell’artista. Ad ogni modo, ne deriva che, alla fine, è tutto mio il merito e, ovviamente, il demerito.

Per quel che riguarda il fumetto, sebbene non sia precisamente assediato da editori che mi chiedano a gran voce di poter sfruttare il mio talento, posso dire di non aver completamente abbandonato questo medium. Uno dei benefici della mia presenza a Lucca, è stata l’opportunità di rimettermi in contatto con il mio vecchio complice Goran (Nazione Fuorilegge) Sudzuka e di discutere con lui di un nuovo progetto che dovremmo sviluppare insieme. Ci saranno altre informazioni su questo più avanti nel 2013.

2013…Dannazione, è già arrivato?

L’intervista si conclude con i ringraziamenti di Jamie da vero gentiluomo inglese.

Sono io che lo ringrazio a titolo personale ed a nome di tutta la redazionedi Mangaforever e dei nostri lettori.

English Version

A.P. – You are one of the first comic writers of the so called “British new wave generation” that could be considered as a kind of revolution for comics. What were the purposes and what are the effects of that artistic movement?

J.D. – The ‘movement’ of British artists and writers into the US comics scene of the late ‘eighties and early ’nineties has sometimes been described as an ‘invasion’, and I guess, at the time, it was motivated, as are most invasions, by a base desire for riches and glory.  There was no artistic masterplan, at least none of which I was aware.  Alan Moore pried open the door and the rest of us piled in after.  The timing was good.  American comics had perhaps become a little moribund, inbred, trapped in their own recycled traditions.  The medium seemed ripe for an injection of radical creativity inspired by an innately cynical Brit humour.  At the time – with little historical knowledge of the mainstream of the medium – I was not particularly aware of being driven by any revolutionary fervour.  I just found myself provided an opportunity to write the kind of stories that came naturally to me, and was grateful for a reception sympathetic enough to allow me to write enough of them to earn a modest living.  The wheel turns on, however.  Revolutions are subverted.  Mainstreams strike back.  Anarchic creativity is subsumed—becomes an ‘artistic movement’.

A.P. – In your works you deeply delve into the human soul: the instincts, the urges. Somebody would say in a pessimistic way, but I don’t think so. Even in “Outlaw Nation” and “2020 Visions” there is always a way-out for the characters (even if it is not easy). You often show the dark side of mankind or a bad part of the society. Is it a way to give them a chance to be better?

J.D. – I have always been possessed of what might be described as a dark imagination.  This was inspired from an early age, I suspect, by my mother’s pathological insistence – against all evidence and her own best judgment – on appreciating the superficial beauty of the planet and the innate goodness of its human inhabitants while characterising the ‘reality’ in which I was often moved to maliciously rub her nose as aberrant.  My personal tendency toward despondency is however ameliorated by a darkly humorous appreciation of the human condition – a trait I hope is communicated through my fiction.  I may force my characters to endure misery and dark temptation and hope that they will survive and thrive against the odds, but I try to reveal the funny side of their predicament.  I am grateful and applaud when their humanity prevails while not judging or condemning when they don’t.

A.P. – What do you think the role of comic books (in the present society) is?

J.D. – Used efficiently, the synergy of word and image offers opportunities across genres for the succinct, artistic, literary communication of information, either to entertain, educate or provoke, or sometimes to do all of these simultaneously.

A.P. – Sometimes your style can be compared to the “stream of consciousness”. Do you agree?

J.D. – ‘Stream of consciousness’ certainly describes my writing process.  Most of my stories begin their lives as little more than a vague idea accompanied by some tonal element – mood music, an emotional ambiance, a creative weather-system – into which characters are introduced.  From there, it is a case of listening to, and then dramatising and reporting the relevant portions of internal monologue in order to discover whatever truth it is that drives the story into which I have blundered.  I suspect we all have an interior narrative that attempts to describe and make sense of our personal stories.  As I writer, I endeavour to eavesdrop on the secret lives of my unfortunate characters and exploit their suffering for dramatic gain.

A.P. – You described me John Constantine as “a friend”. Is this the way you “feel” him?

J.D. – Yes.  But the kind of friend who gets you into trouble… who disrupts your life but also enriches it.  I spent many deranged hours inhabiting that trenchcoat, trying instinctively to understand John Constantine.  I didn’t always like him, but he could usually raise a dark chuckle of admiration, and the fascination persists.

A.P. I know it might be hard for you, but I would like to know your opinion about the shutdown of Hellblazer.

J.D. – I have remarked in the past that HELLBLAZER was to Vertigo what, in mythology, the ravens in the Tower of London are to England.  It would be a shame, although unsurprising, if the disrespectful rebranding of Constantine as ConstantEEn presaged the downfall of a valuable imprint in which many writers and artists have invested considerable creative energy over the years.   But, empires strike back from time to time.  And there will be future revolutions.

A.P. – Your choice to leave the mainstream to fulfill personal and “mature” projects has been very brave. How would you assess this experience?

J.D. – As creatively satisfactory but financially suicidal.  Fortunately, I have no extravagant habits, full-grown and independent children, a paid-off mortgage and a wife who still earns wages.

A.P. – You have been in Italy during the last edition of “Lucca Comics and Games”. What do you think about the convention? How did you find it there?

J.D. – I enjoyed my visit to Lucca (in support of an Italian edition of 2020 VISIONS) and felt very welcome there.  My only regret is that the inundation of the city by the event diminished my opportunity to appreciate fully its historic ambiance.  I am inclined to return to explore the area undistracted by comics.

A.P. – “Book thirteen” is your first novel. How was your experience as a novelist?

J.D. – Prose was always my first love.  I kind of stumbled into comics, discovering in that medium an opportunity to both express myself through fiction and earn a living doing so. Critics have opined from time to time throughout my career that my narrative style suggested a frustrated novelist lurked inside the scriptwriter. There was a degree of truth in that perception.  After a hiatus in my comics output – due largely to a personal loss of creative direction within the medium, and an uneasiness with the political environment in general – it occurred to me that, approaching my seventh decade, it was time I faced-down self-doubt and innate laziness and set to work discovering if I had a worthwhile ’book without pictures’ in me before it was too late.  Frankly, I wish I had done it sooner.   I enjoyed the prose-writing process a great deal.  BOOK THIRTEEN might not be instantly recognisable as a ‘Jamie Delano’ work – hence the nom-de-plume, A. William James – but I was pleased enough with the final result, and the experience of its production, to invest in setting up an independent publishing imprint (www.lepusbooks.co.uk) through which to make it available to those curious and diligent enough to hunt it down.  So far, those who have read it and offered feedback have generally been generous in their reception.

A.P. – Could you tell us something about your ongoing works? What about future projects?

J.D. – I am currently writing another novel.  While it is tenuously linked to a mythos developed in BOOK THIRTEEN, this one is much more recognisably ‘genre’ in content, with a more innovative prose style.  I have set out with the intention of writing a ‘dystopic near-future crime’ story set in a parallel universe a couple of degrees removed from the one we all have the misfortune to inhabit.  My experience in the past has been that stories often reform themselves in the telling.  It remains to be seen how closely I fulfil my brief.  But one of the pleasures of self-publishing in the novel form is that there is no editor to insist on loyalty to a proposal, or artist’s living to consider.  However it turns out in the end, the credit is all mine – and, of course, the blame.

As far as comics go, while I am not exactly besieged by editors clamouring to exploit my talent, I have not abandoned the medium entirely.  One benefit of my visit to Lucca was a chance to hook up with my old partner in crime, Goran (OUTLAW NATION) Sudzuka and discuss a new project we might develop together.  More news on this may be forthcoming later in 2013.

2013… Damn, is that the time already?

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