Come la prendereste se negli Stati Uniti la DC Comics decidesse di creare due testate di Batman, una dedicata all’evoluzione del personaggio, e l’altra che riprende le atmosfere e gli schemi narrativi della Golden Age? Negli Stati Uniti è difficile trovare situazioni come quella dell’Oldboy di Dylan Dog.

L’Italia, Paese storicamente conservatore, ha bisogno di avere una testata che richiami apertamente un Dylan Dog pre-gestione Recchioni, capace di accontentare i fan del “era meglio prima”. Un’operazione editoriale interessante fin dal suo principio, e che dice qualcosa del nostro Paese anche a livello socio-culturale.

Ma, al di là di questo tipo di analisi, c’è da dire che l’Oldboy, sia nella sua versione Maxi Dylan Dog, che nella sua rinnovata veste editoriale, si mantiene un prodotto interessante non solo per gli appassionati dell’Indagatore dell’Incubo del tempo che fu.

Questa nuova versione dell’Oldboy, bimestrare e “slim”, che racchiude due storie del vecchio Dylan, riesce a far respirare quell’aria classica dell’epoca sclaviana, ed anche questo numero uno ne è una riprova.

L’apertura è data a Il migliore dei mondi possibili, una storia che propone un Dylan Dog di un universo alternativo che si ritrova in una Londra futuristica e senza più anziani.

La tematica socio-politica introdotta nella storia ha molto a che fare con la questione Brexit, e gli occhiali utilizzati dall’Indagatore dell’Incubo rappresentano un’ottima metafora e chiave di lettura dei tempi che corrono.

Mentre in La Solitudine del Serpente troviamo una classica storia dylandoghiana, con una trama thriller che mescola elementi soprannaturali con riflessioni etiche ed esistenziali.

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La comparsa di un killer senza volto turberà Bloch e metterà in allarme Dylan Dog, che inizierà un percorso di indagine alla caccia di un assassino veramente difficile da individuare.

E se nella prima storia la sceneggiatura di Gabriella Contu riesce a utilizzare l’indagatore dell’incubo per fare un’ottima analisi socio-politica, nel secondo racconto a fumetti Barbara Baraldi realizza con ottimo mestiere un classico thriller ricco di sorprese, e che contiene gli elementi tipici del Dylan che fu.

Entrambe le storie sono disegnate da Montanari & Grassani, che con il loro tratto spigoloso ma molto attento ai dettagli riescono a restituirci le atmosfere e le immagini del Dylan di vent’anni fa.

Roberto Recchioni nell’introduzione all’albo ha presentato anche il curatore della testata Oldboy, che sarà Franco Busatta. Il fatto che le vecchie storie di Dylan abbiano bisogno di un curatore a parte fa intendere che il lavoro per restituire agli appassionati più puri un buon numero di storie classiche (saranno dodici, come gli albi della serie regolare) è veramente tanto.

Resta da chiedersi se l’operazione sia da considerare un modo per accontentare i fan dylaniati più puri, una divertente alternativa, o un modo di affrontare le critiche che puntualmente accompagnano il curatore della testata, accusato di aver “rovinato” il personaggio.

Forse c’è un po’ di tutti questi elementi in quest’operazione che certo non scontenta nessuno, e che fa felici coloro che di Dylan Dog non ne hanno mai abbastanza.

Lo schema narrativo della storie di Dylan (sgangherato e sgangherabile come diceva il buon Umberto Eco) è in grado di sostenere bene quasi ogni tipo di racconto. E l’Odlboy numero 1 è l’ennesima riprova del fatto che Dylan Dog funziona sempre, a maggior ragione quando lo si catapulta all’interno di schemi e soluzioni narrative che da oltre trent’anni non ci stanchiamo mai di leggere.

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