Ci avviamo lentamente verso la fine del ciclo Dylan Dog 666, incentrata su una lunga ripercorrenza delle prime avventure dell’indagatore dell’incubo riviste in chiave contemporanea. Il personaggio horror di Sergio Bonelli Editore si sta avvicinando sempre di più alla soluzione del caso riguardante un folle assassino dal macabro senso dell’umorismo.

Dylan Dog sta convivendo con il senso di colpa delle sue azioni nei confronti di Lord Wells (che qui compare eccezionalmente solo nelle prime tavole) ma riesce comunque a farsi assegnare da suo padre, il sovrintendente Bloch, la serie di omicidi legati a pessime freddure.

PERCHÉ UNA GALLINA ATTRAVERSA LA STRADA?

E partendo proprio dalle freddure, Dylan riesce a ricondurre gli omicidi a un comune denominatore: tutte appartengono al carnet di battute di un comico d’antan, tale Groucho Marx. Inizia così, in un’atmosfera da libro giallo, la caccia all’uomo, un uomo pressoché imprendibile, analogico ed evanescente. Roberto Recchioni mescola le atmosfere di un giallo poliziesco con il thriller psicologico, portando Dylan a fronteggiare se stesso e Groucho sotto forma di incubo d’inchiostro.

“L’uccisore” è un ponte tra i numeri precedenti e il numero finale. Raccolta e compressa in 70 tavole, l’indagine che conduce Scotland Yard verso la soluzione del caso si racconta in fretta, probabilmente per lasciare spazio al confronto tra Dylan e Groucho che unisce i due universi narrativi (quello che conosciamo e quello 666).

Dopo quattro numeri dall’inizio del ciclo, abbiamo accompagnato Dylan in un percorso di disintossicazione dai mali che hanno afflitto la sua anima in passato: alcool, tradimenti, incuria dei sentimenti altrui e incuria verso il proprio lavoro. Oltre questi, l’indagatore dell’incubo dovrà affrontare un problema che lo affligge: il rimorso di aver ucciso volontariamente. Nel numero 5, “Gli uccisori”, vediamo uno dei rarissimi momenti in cui Dylan si è fatto giustizia con le proprie mani per eliminare dalla faccia della Terra pericolosi uomini socialmente importanti. Nel 405 invece mette fine volontariamente alla vita di un personaggio che i vecchi lettori conoscono: l’aver preso il posto del “giudice divino” lo rende un assassino, una macchia indelebile sulla propria coscienza che lo avvolge in una spirale di dolore e parole affilate come stiletti.

E Giorgio Pontrelli riesce a rappresentare, con una linea liquida e confusa, il viaggio di Dylan nella propria anima, dove le azioni sbagliate si ingigantiscono e cancellano tutto il buono che il nostro beniamino ha fatto nel corso della sua vita. Non solo: le sue linee nette, pulite e senza mezzitoni disegnano una realtà limpida al di fuori del tormento interiore, il cui tempo viene scandito dalla ripetizione sistematica di alcune vignette e di alcuni fondali, dentro i quali Dylan si muove come un cane irruento. Verso la fine dell’albo, Pontrelli passa il testimone a Corrado Roi, che inizia a chiudere il circolo da dove tutto ha avuto inizio, da quell’ingresso al civico 7 di Craven Road.

A racchiudere questo numero, la copertina dell’eccelso Gigi Cavenago che omaggia una celebre inquadratura di Francesco Dellamorte, tratta dal più volte citato film Dellamorte Dellamore (1994). L’inquietante inquadratura dal basso di Dylan rosso-nero è avvolta da un prepotente giallo che, arrivando dalle sue spalle, incalza con violenza dritto negli occhi del lettore, regalando anche un riflesso fluorescente.

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2 Commenti

  1. Non so davvero come si faccia a scrivere certe “recensioni”.
    Anche in questo caso, come nel precedente “Anna per Sempre”, si ricorre al (falso)remake per accalappiare i lettori di vecchia data, ma storia e personaggi vengono utilizzati solo come mero pretesto narrativo che si risolve in circa 6 pagine. in seguito parte una storia tutta nuova e totalmente slegata dall’originale di riferimento.
    Questa volta a essere ucciso, ancora una volta a sangue freddo (Recchioni ripete lo stravolgimento già compiuto da Dylan “dell’altro universo” nell’albo 399), e persino con il benestare di Bloch, è nientemeno che il simpatico Lord Wells che in questo universo recchionano viene stravolto diventando un pazzo delirante, razzista e volgare. Questo e il successivo confronto con Bloch sono il motivo per cui l’albo andrebbe intitolato: Dylan Callaghan il caso Hroucho è tuo.
    Fatico a comprendere il bisogno sfrenato di distorcere personaggi e ucciderli (nel caso di Groucho due volte, per ora…), ma forse devo semplicemente vederlo come una sorta di universo negativo dove tutti diventano il contrario di tutto e dove morire è il minimo che possa capitare?
    Successivamente parte lo storytelling legato a Groucho, il “comico Serial Killer” o “serial Killer delle barzellette”, e anche qui siamo di fronte all’ennesimo espediente narrativo ammiccante. Se Groucho è stato ucciso per ben due volte perché farlo tornare?
    Onestamente fatico a capire come faccia un appassionato di Dylan Dog o un lettore con un minimo di cultura letteraria e fumettistica a non sentirsi preso in giro.
    Quanto ai disegni di Pontrelli come si fa parlare di segno netto e pulite? Io ho visto figure sproporzionate, ambientazioni approssimate e un uso eccessivo di bianchi e vuoti accecanti i quali più che una scelta stilistica sembrano un comodo espediente per lavorare meno e più in fretta. Per fortuna alla fine arriva Roi…

    • Il segno dell’ultimo Pontrelli è quello: tavola con bianchi accecanti, racchiusi da un tratto nero e definito, spesso tremulo. Non credo sia un espediente. Per il resto del tuo commento, hai ragione: il collegamento con le prime 5 storici albi si risolve solo in alcune tavole (tranne il 403, dove i legami sono mescolati meglio), però la storia di Groucho assassino è un buon giallo che avrebbe potuto vivere per conto suo (ma non sarebbe potuto succedere se Groucho non fosse morto). Ora tocca vedere cosa succederà dopo il 406…

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