Un fattore di cui si è lamentata gran parte degli aficionados riguardo la seconda stagione di Westworld è che la storia si era fatta inutilmente complicata e virava su sottotrame e salti temporali che tendevano a confondere lo spettatore e allontanarlo, piuttosto che portarlo a tornare la settimana successiva per provare a districare la matassa della serie HBO.

La terza stagione in arrivo il 15 marzo negli Usa e il giorno dopo da noi su Sky Atlantic, non sembra preoccuparsene e anzi continua su questa strada, almeno stando alla prima metà della stagione che abbiamo visto in anteprima (4 su 8 episodi totali). Allo stesso tempo utilizza proprio quei flashback e stratagemmi narrativi per permettere al pubblico di mettere insieme i pezzi dei nuovi e dei vecchi – in un certo senso nuovi anche loro – personaggi già nelle prime puntate.

Giunti alla terza stagione – giro di boa nel quadro generale dei creatori Jonathan Nolan e Lisa Joy, la serie dovrebbe averne cinque in tutto – non sembra più importante oramai la distinzione fra umani e androidi – ognuno potrebbe essere l’altro – perciò passato l’aspetto da spy story ci addentriamo in un’atmosfera maggiormente sci-fi. Eravamo così concentrati dentro al parco di Westworld che per la prima volta vediamo il mondo esterno e quanto sia tecnologicamente avanzato. La scenografia curatissima punta tutta sul piano futuristico-spaziale, dai mezzi di trasporto all’avanguardia ai cellulari e tablet quasi invisibili. L’anima western del serial invece rimane nelle scene d’azione e nelle grandi distese, non più desolate, ora paesaggi urbani senza fine all’orizzonte, pieni di luci e di neon.

Al centro della serie di punta di HBO ancora una volta sono le donne più che la controparte maschile. Da un lato continua la crociata senza quartiere di Dolores (Evan Rachel Wood) contro gli umani che l’hanno resa prigioniera in una gabbia (ovvero Westworld); dall’altro il sentimento materno che spinge Maeve (Thandie Newton) a continuare a cercare la figlia e a sperare di rivederla. Un’umanità “inspiegabile” quella di Maeve ma anche motore dell’azione, anche se entrambe le donne non fanno sconti a nessuno quando si tratta di sporcarsi le mani. Ancora una volta – Lost docet – la serie parla di fede e di scienza, del loro rapporto controverso e di quanto possediamo davvero il libero arbitrio. Forse qualcuno si diverte a giocare ad essere Dio sopra di noi, senza che magari ne siamo a conoscenza?

Non “viviamo forse tutti in una gabbia” che è la nostra società, che ci imprigiona e ci costringe spesso inconsciamente a rientrare in determinate “scatole”, ruoli, caratteristiche, etichette, senza darci la libertà di essere veramente noi stessi? Che cosa significa essere liberi oggi? Liberi di scegliere? Liberi di sbagliare? Liberi di amare? Liberi di vivere? Non a caso lo slogan dei nuovi episodi è “Il libero arbitrio non è libero”.

Un altro tema affrontato è quello dei veterani di guerra – rappresentato dalla new entry Aaron Paul – anch’esso però declinato in una versione futuristica. Una sequenza del primo episodio, in cui lui e un robot mangiano da operai sulla trave di un grattacielo, non può non ricordare il “pranzo su un grattacielo” della foto di gruppo del 1932 divenuta cult. La foto rappresentava una nota positiva nel periodo della Grande Depressione: proprio come nella foto, il personaggio di Paul e il robot non mostrano alcun tipo di disagio, il disagio sta da un’altra parte, nel passato e in ciò che li attende una volta finito di mangiare. Se all’epoca c’era stato il crollo di Wall Street, nel futuro di Westworld a quale catastrofe economico-sociale andiamo incontro – quando la valuta è diventata l’umanità stessa, come rappresenta bene il personaggio senza scrupoli della new entry Vincent Cassel? Il libero arbitrio è davvero libero?

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