Avevamo lasciato Discesa all’Inferno qualche mese fa con un folgorante primo volume in cui Garth Ennis aveva evidentemente attinto a piene mani da quel filone procedural/esoterico che ha come capostipite serie TV come Twin Peaks sfociando in Seven e più recentemente in True Detective – la nostra recensione QUI.

Nel primo volume avevamo seguito i nostri protagonisti, i detective Shaw e McGregor, entrare in un magazzino di Long Beach dove erano scomparsi due colleghi. Tutto aveva iniziato clamorosamente a perdere senso: l’edifico infatti sembra un labirinto senza via d’uscita mentre gli incontri sono al limite dell’impossibile oltre alle voci che persistenti inseguono Shaw per i corridoi.

Mentre i due detective avevano cercato di razionalizzare quanto stava accadendo, avevamo rivissuto in analessi una delle loro ultime indagini incentrata su quella che all’apparenza era una rete di pedofili. L’arresto del responsabile di questa rete tuttavia non aveva portato alla risoluzione del caso anzi apparentemente lo aveva “complicato” portando Shaw ad un gesto davvero inconsulto.

In questo secondo volume, intitolato La Cattedrale, i due si ritrovano faccia a faccia proprio con Paul Carnahan, il capo della rete di pedofili, mentre il loro capo Driscoll decide di entrare nell’edificio per salvarli.

Il confronto fra i due agente e Carnahan è surreale. Non solo perché il magazzino si trasformerà nella cattedrale di Notre Dame, immagine recuperata dai ricordi dei due agenti, ma anche perché verrà lentamente svelata la verità sull’identità di Carnahan, anzi la sua doppia verità.

Da un lato infatti la cospirazione che gli ha permesso di perpetrare i suoi crimini verrà rivelata e coinvolgerà i proverbiali “piani alti” non solo dell’FBI, dall’altro la sua natura soprannaturale mettere Shaw e McGregor davanti ad una verità amara e sinistramente incontrovertibile.

Garth Ennis capitalizza sulle suggestioni esoteriche e religiose accennate nel primo volume e portanti nella prima parte di questo secondo per offrire quello che è una amarissima riflessione sulla società contemporanea e sulla natura umana in generale.

La banalità del male qui subisce una agghiacciante trasformazione divenendo l’indifferenza del male che viene fatto passare inosservato per il proprio tornaconto personale sancendo la fine della società civile così impensabile eppure così tremendamente vicina ed attuale.

L’autore irlandese ancora una volta mutua dal linguaggio televisivo la struttura narrativa di questa serie che risulta essere nella forma più che nel contenuto un interessante esperimento. L’intreccio fra procedural, analessi e approfondimento è semplicemente tarato al millimetro offrendo al lettore punti di riferimento minimi che vengono poi puntualmente ribaltati.

In questo senso le matite di Goran Sudzuka compie un lavoro più orientato sulla prossemica e sulla cinesica anziché sul tratto in senso lato che rimane sempre spigoloso e chiaroscurale. Per il disegnatore lo sforzo è votato più alla regia e quindi alla costruzione della tavola che sfrutta soluzioni verticali interessanti per amplificare il senso di oppressione ed estraneità degli avvenimenti.

Ottima la cura carto-tecnica del volume confezionato da saldaPress che si contraddistingue per gli extra essenziali con pagine di sceneggiatura originali e conseguente making of del disegnatore e l’ottima traduzione e adattamento affidati a Leonardo Rizzi e Stefano Formiconi.

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