Ieri ha fatto il suo debutto Captain Tsubasa, nuova incarnazione della serie Holly & Benji, una produzione del 2018 realizzata questa volta da David Production (Le bizzarre avventure di JoJo), uno studio di animazione fondato da ex membri dello studio Gonzo.

Ci troviamo dunque di fronte al terzo remake della prima parte del manga originale di Yoichi Takahashi, dopo Che campioni Holly e Benji!!! (Captain Tsubasa J) e Holly e Benji Forever (Road to 2002).

Dal punto di vista della storia, la trama segue abbastanza fedelmente il canovaccio del manga: l’inizio dell’episodio è incentrato sul fatto che Tsubasa sia un predestinato del pallone, dato che sin da piccolo il suo rapporto con la palla è quasi simbiotico.

Ma la parte centrale è rivolta ad una scena leggendaria della storia, in cui Benji affronta i migliori giocatori della Nankatsu nelle varie discipline, così da poter far usare alla sua scuola il campo che anche Bruce (qui Ishizaki) vorrebbe poter utilizzare.

Qui gli animatori sembrano voler ogni volta calcare sempre di più la mano, divertendosi ad aggiungere discipline che, a dirla tutta, nemmeno prevedono l’uso di una qualche palla. La scena sicuramente esalta l’abilità di Benji, ma la sospensione dell’incredulità qui vacilla… ma d’altra parte parliamo di Captain Tsubasa.

Il resto della trama segue il manga, quindi sapete già cosa farà Holly per farsi notare dal suo futuro grande avversario.

Tecnicamente la puntata non è certamente esaltante; è vero che non si raggiungono le animazioni a scatti di Holly e Benji Forever, ma il tutto è comunque votato ad un certo risparmio.

Per esempio gli ambienti circostanti sono immobili e, anche se ci si trova tra campi di gioco, si sceglie di ricorrere ad immagini fisse per non sprecare budget. Il che andrebbe anche bene e sarebbe tollerabile se ogni tanto non si sbagliasse qualche dimensione in prospettiva. Gli ambienti sono comunque abbastanza dettagliati.

Si è scelto dunque uno stile più minimal, anche nelle animazioni dei personaggi, una scelta giusta anche alla luce del fatto che il logo Adidas non si vede in giro…

Il character design si distacca da quello dell’autore originale, Yoichi Takahashi, cercando di coniugare un tratto più moderno con quello che ha reso l’autore così riconoscibile nel mondo del fumetto (una tendenza che si è comunque manifestata di remake in remake).
Il ritmo invece è sempre serrato, non ci sono quei momenti di pausa che la serie classica conosceva (anche qui una tendenza recente che ha fatto proseliti).

Il doppiaggio ci ha regalato i nomi originali e ha cambiato le voci dei personaggi, con Renato Novara (tra gli altri, Monkey D. Rufy in One Piece, Kenji Himura in Kenshin il Vagabondo) a dare la voce al protagonista. Una scelta sicuramente saggia quella di svecchiare le voci e di adeguarsi all’originale, al contrario di altre serie con personaggi che vestono con armature ispirate a delle costellazioni che sembra non riescano a disfarsi del passato.

Tuttavia, nonostante alcuni difetti tecnici che non possono non essere sottolineati, la serie riesce comunque a mantenere quella epicità che ce l’ha fatta apprezzare negli anni, data anche dall’esasperazione dei sentimenti dei protagonisti, che, ricordiamolo, dovrebbero comunque essere dei bambini.

Il problema di fondo è se fosse necessario un nuovo remake per una trama che ne ha già visti due in precedenza. Sicuramente per i vecchi fan non era necessario, ma questa nuova versione, più votata all’azione, potrebbe incrociare maggiormente i gusti del pubblico che non ha ancora visto Tsubasa.

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