E’ tutto talmente surreale in Un giorno di pioggia a New York, l’ultimo lavoro di Woody Allen arrivato in sala grazie a Lucky Red, che non possiamo non crederci.

Ciò che accade ai protagonisti e le loro reazioni nel film sono fuori da ogni logica possibile, ma allo stesso tempo è adorabilmente nonsense il modo in cui gesticolano, bevono, si comportano come settantenni vissuti quando in realtà sono giovanissimi e hanno “tutta la vita davanti” per citare un regista nostrano.

Interpretato da Timothee Chalamet, il giovane Gatbsy (un soprannome, una garanzia) deve trascorrere a Manhattan un fine settimana romantico insieme alla fidanzata Ashleigh (una svampitissima Elle Fanning, in senso buono), in città per intervistare un famoso regista. I loro piani però vanno a monte quando, sotto una pioggia incessante, lei si ritrova bloccata e affascinata dal suddetto cineasta, mentre lui si trova incastrato con la sorella minore di una sua ex (un’energica Selena Gomez), e in seguito con il party esclusivo per ricchi benpensanti organizzato da sua madre, a cui non voleva assolutamente andare.

C’è un rincorrersi delle coppie e trovarsi in situazioni paradossali piene di cliché – lei che insegue un divo del cinema per poi ritrovarsi senza vestiti a dover scappare dalla finestra per non essere beccata dall’attuale fidanzata; o ancora lei che si ritrova in macchina con lo sceneggiatore interpretato da Jude Law (un po’ alter ego stempiato di Allen) che becca la moglie con il migliore amico e resta in appostamento; oppure Gatsby che assume una escort d’alto borgo per fingersi la sua fidanzata al party. Ma i cliché sono conditi da dialoghi diametralmente opposti: brillanti, divertenti, spumeggianti, freschi. E poi c’è la conversazione di Gatsby con la madre: sincera, onesta, così seria rispetto alla spensieratezza del resto del film, ma perfettamente al suo posto.

Un giorno di pioggia a New York è un inno al tempo perennemente autunnale della Grande Mela, alla sua atmosfera metropolitana, al suo essere la città che non dorme mai. E il paradosso sta anche negli stessi protagonisti: non solo il modo in cui parlano ma anche come si vestono, usano i cellulari ma sembrano usciti dall’anacronistica serie tv Bates Motel, oppure da da un “Midnight in New York” per la magia ricreata da Allen.

Lo sguardo in questo film, il punto di vista, è tutto dei giovanissimi, che sono però degli alter ego di Allen, della Keaton e degli altri suoi storici interpreti. Un ritorno alle origini, “a casa”, dopo aver fatto un viaggio europeo nelle principali capitali tentando di coglierne l’essenza, l’anima. Un ritorno alla propria università dopo essere stati in Erasmus.

L’altro sguardo è quello meta-cinematografico di Gatsby e Shannon che sognano ad occhi aperti una città piena d’amore e di romanticismo, l’appuntamento sotto l’orologio di Central Park alle sei, la pioggia battente sui vetri e il camino acceso. Di loro due che si ritrovano a recitare insieme in macchina, per fare un favore ad un amico, e la realtà supera la finzione, ci si mescola. Di regista e sceneggiatore in crisi nonostante la fama, con cui si ritrova ad aver a che fare Ashleigh. Di case e abitazioni tutte sempre bellissime e perfettamente a tema con ciò che si sta raccontando: in questo film non esiste la New York dei bassifondi o del sottobosco criminale.

Gli adulti hanno bisogno dei giovanissimi per capire dove andare, e i giovanissimi sono adulti troppo cresciuti che già pontificano su quanto è accaduto e quanto accadrà nella loro vita. A fine visione viene da chiedersi: come si fa a non innamorarsi a New York?

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