Questa è la fine del Ciclo della Meteora, che si apre proprio con la citazione a This is the end dei The Doors, riportando alla mente ricordi sonori che accompagnano il rumore bianco di un’esplosione che nessuno più è in grado di sentire.

Una fine che si ricollega al suo inizio, definendo e rinchiudendo in un circolo di 12 storie tutto l’arco narrativo partito nel 2013 da “Spazio profondo”, primo numero della gestione Recchioni, all’interno del quale vivono 400 storie di Dylan Dog.

La scena si apre con Londra disegnata da Angelo Stano e colorata da Giovanna Niro, una Londra che si presenta itterica e malaticcia. Il capitano Dog salpa sul famigerato galeone alla volta di mari in tempesta e universi sconosciuti. Solo una volta atterrato su un’isola, dopo averne girate diverse (addirittura una su cui vi è distesa una donna bellissima!), Dylan dovrà fare i conti con il suo creatore, con colui che tutto ha creato e che tutto sta per distruggere: Tiziano Sclavi.

QUESTA È LA FINE, MIO UNICO AMICO

Certo, questa rivelazione a bruciapelo potrebbe far storcere alquanto il naso, però stavolta l’indagatore dell’incubo deve vedersela con l’incubo maggiore, ovvero la creatività del proprio creatore, che potrebbe ucciderlo o farlo vivere più volte di quanto la Morte stessa possa fare.

Insomma, il numero 400 di Dylan Dog è un duello all’ultimo sangue e a colpi di riferimenti alla cultura popolare e alla letteratura, soprattutto quella inglese. Si nota fin da subito un omaggio a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e un richiamo a La ballata del vecchio marinaio (di Samuel Taylor Coleridge, ma direi che anche la versione in musica degli Iron Maiden darebbe quell’effetto sonoro in più a tutta la scena) e a Shakespeare, per la sequenza relativa alla tempesta. Riguardo alla cultura pop, troviamo una scena in cui Sclavi è circondato da elementi provenienti da film e telefilm del periodo anni ’80-’90, oltre a citare una battuta tratta dal famosissimo Super Mario. Molti di questi spunti sono citati nell’editoriale che introduce l’albo, sta al lettore cercare di abbinare il riferimento alla sua citazione.

Ma non di sole citazioni si nutre il numero 400: Roberto Recchioni decide di far compiere a Dylan (e Groucho, poverino) un viaggio in mezzo alle sue avventure, come se percorresse un universo parallelo fatto di isole tropicali e mari burrascosi, contemporaneamente a tutti gli albi e i volumi che lo hanno visto come protagonista. Dylan cresce, diventa maturo e lo scorrere del tempo viene sottolineato dalla presenza di una barba folta e scura, segno vistoso del cambiamento, oltre ad aver modificato lo storico logo della copertina.

AUTORI CHE DIVENTANO PERSONAGGI

Ora parliamo di metafumetto, ovvero l’autore che racconta se stesso. Come già capitato più volte in albi precedenti, compare il disegnatore (in questo caso Stano) perso dentro una casa ormai distrutta da un cataclisma. Stano continua imperterrito e stoicamente a rappresentare la storia di Dylan, seguendo le direttive dello sceneggiatore. Lo troviamo lì a raccontare se stesso, la sua storia quotidiana, le liti con lo scrittore nel cercare di capire come svolgere quella particolare scena; il tutto immerso in un’atmosfera e in colori escheriani, che danno l’impressione al lettore che forse forse lui lì neanche tanto ci sta male (nonostante in una vignetta se ne lamenti).

Non solo Stano, anche Groucho è una bella macchietta che interrompe la sospensione dell’incredulità, ricordando a tutti (autori, protagonista, personaggi, ecc) che si tratta pur sempre di un fumetto e che bisogna rispettare le sue regole, ma anche l’assenza di queste ultime.

E Sclavi? Lui, o meglio la versione di lui che tanto ricorda un Limburger (il nemico dei Biker Mice from Mars), rimane vittima del metafumetto con uno stratagemma biblico che rimanda a un quadro di Caravaggio. Inoltre è proprio quello che Recchioni cerca di trasmettere ai fan della serie: Dylan non è il personaggio che nasce solo dal suo autore primigenio, ma cresce e si evolve grazie alle mani di tutti gli artisti che hanno lavorato di e con lui. Il legame padre-figlio, artisticamente parlando, si tronca, lasciando liberi entrambi di viversi ogni universo possibile, sia narrativo che reale.

4×400

Come ogni numero centenario, anche “E ora, l’Apocalisse” è un numero a colori. Ma stavolta ha qualcosa di ulteriormente diverso: quattro copertine celebrative di quattro colori differenti, disegnate da altrettanti nomi che hanno fatto parte della maggior parte della vita editoriale di Dylan Dog: Claudio Villa, Angelo Stano, Corrado Roi e Gigi Cavenago. Ogni cover rappresenta un elemento quotidiano ed essenziale che ha caratterizzato il personaggio nel corso della sua vita, senza i quali non sarebbe il nostro Old Boy.

Quindi questa è la fine? Sembrerebbe di no: davanti a una meteora, così come con una stella cadente, si può solo esprimere un desiderio, che “tutto cambia affinché nulla cambi”. E con le ultime tavole, disegnate dalle matite oscure di Corrado Roi, possiamo solo immaginare quale futuro trovare a partire dal 401 di Dylan Dog.

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