C’è un’idea visiva incredibile in Joker di Todd Phillips, l’unica di tutto il film che esula dalla performance già leggendaria di uno straordinario Joaquin Phoenix (destinato a vincere il suo primo premio Oscar): una scala enorme, impossibilmente lunga, che sembra suggerire quasi il passaggio da una dimensione spirituale ad un’altra.

E’ la scala di una via di Gotham City (New York nella realtà) che il protagonista Arthur Fleck deve percorrere per risalire al suo appartamento o viceversa ridiscenderla quando dal suo appartamento si getta nelle fauci infernali di una metropoli schifosa, sempre umida pure col sole, piena di immondizia, ratti giganti e persone pericolose, sgarbate, violente: all’inizio del film vedremo Arthur quasi arrampicarsi su per i gradini unti e brillanti di pozzanghere con tutto il peso della fatica della giornata addosso, il corpo sgraziato e magrissimo che si innalza faticosamente dall’Inferno gothamita all’idilliaco Paradiso rappresentato dalla dimora che condivide con sua madre, un’anziana signora dai modi gentili che è ancora più fragile di lui.

Una scala che unisce due mondi, quello interiore in cui si è al sicuro e quello esteriore dove è facile che ti facciano a pezzi e ti sputino via come fossi cibo avariato: non a caso è proprio su quella scala che inizierà il climax del film, con due angeli pronti a buttarsi nel regno degli inferi per acciuffare il Diavolo, quando quel fragile equilibrio fra salvezza e dannazione sarà già definitivamente infranto.

Di più non vi diciamo perché fra polemiche sulla legittimazione della violenza, sorprendenti Leoni d’Oro, lotte fra cinefili e nerd sul significato di cinecomic e tanti altri argomenti che in queste settimane stanno monopolizzando il panorama cinematografico e non solo negli Stati Uniti e nel resto del mondo, Joker è un capolavoro assoluto della storia del cinema che va scoperto tutto insieme, una barzelletta dal senso dell’umorismo a dir poco nero da farsi raccontare in un solo fiato, una discesa nell’incubo che ricrea la New Hollywood per il pubblico delle nuove generazioni.

Che Taxi Driver (più volte citato) e King of Comedy (ispirazione fondamentale) di Martin Scorsese compongano l’ossatura del film non dovrebbe sorprendere, dato che Phillips già aveva guardato al regista dell’imminente The Irishman simbolo di quella fiorente generazione hollywoodiana per il suo film precedente, War Dogs, in cui venivano mescolata l’esuberanza di The Wolf of Wall Street al racconto criminale di Quei Bravi Ragazzi … ma con risultati al massimo discreti.

In Joker invece è tutto giusto, tutto perfetto, tutto esemplare, una commistione di cinema diversi che unisce il vecchio al nuovo creando qualcosa di completamente innovativo, molto lontano dalle concezioni di cinecomic nolaniano (che pure aveva fatto qualcosa di simile attingendo dal cinema Michael Mann come qui si fa con quello di Scorsese, con risultati più simbolisti che viscerali, più di testa che di pancia) e praticamente opposto rispetto all’elegia western romantica del Logan di James Mangold: non c’è una cosa che finisce in Joker ma qualcosa che inizia, l’origin story (il cui concetto cinematografico viene ribaltato per filo e per segno) di chi suo malgrado diventerà il simbolo per una rivalsa forse più grande di lui.

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