Curiosamente c’è lo stesso identico principio di Avengers: Endgame alla base di IT: Capitolo 2 di Andy Muschietti, tornare indietro nel tempo per trovare una soluzione all’epico scontro finale che sta arrivando nel futuro: il viaggio nel tempo ovviamente qui non sarà fisico ma emotivo, un viaggio nella memoria, che però Muschietti mette in scena tramite uno script ambizioso che unisce ieri e oggi, ventisette anni fa e ventisette anni dopo, protagonisti del film del 2017 e protagonisti del 2019, bambini e adulti, specchi diversi per le stesse anime.

La struttura narrativa è la stessa e i problemi simili, ma IT: Capitolo 2 è talmente potente da riuscire a superarli. Se in Capitolo 1 la costruzione della paura – per quanto efficace in alcune trovate visive – risultava estremamente meccanica, quasi episodica nel presentare i personaggi e i loro incontri con Pennywise (e/o sue incarnazioni varie ed eventuali), a questo secondo giro il ripetersi di Muschietti sembra una vera e propria dichiarazione d’intenti, non tanto mancanza quanto una scelta consapevole: probabilmente non c’è altro modo all’infuori di questo per adattare il romanzo fiume di Stephen King e restargli fedele, il trarne fuori i capitoli a blocchi e usarli per realizzare sequenze-spezzoni anche molto autonome fra loro è l’unica via da seguire, e col secondo film questa impostazione quasi quasi riesce a passare per marchio di fabbrica, quasi quasi risulta accettabile perché figlia del mondo che va a ritrarre.

Alla fine quindi la si accetta, sopratutto per quanto risulta coinvolgente quello che accade a schermo: il passaggio continuo fra passato e presente fa volare le quasi tre ore di film, e davvero lo stacco dai bambini agli adulti sembra un salto temporale non solo per la somiglianza fra i veri attori (un cast migliore di quello messo a disposizione di Muschietti avremmo potuto averlo solo se il film fosse stato diretto da Richard Linklater letteralmente ventisette anni dopo il primo, con i bambini di Capitilo 1 ormai invecchiati chiamati a riprendere i ruoli della loro infanzia), ma per come questi riescano incredibilmente ad introiettare e poi esprimere con gesti, tic, intercalari e atteggiamenti che sono propri di quel determinato personaggio, di quella determinata persona.

Esattamente come nel film del 2017 è la parte drammatica che spicca più di tutte (sebbene i toni di commedia siano spesso accentuati, soprattutto quando in scena ci sono Richie Tozier e Eddie Kaspbrak, ovverosia Finn Wolfhard/Bill Hader e Jack Dylan Grazer/James Ransone) e più che la paura è la commozione il sentimento che Muschietti sembra voler attaccare con maggior vigore, ma gli appassionati dell’horror e del macabro troveranno comunque pane per i propri denti; non tanto nella costruzione della suspence, quanto sicuramente nella creazione di immagini raccapriccianti e disgustose, che il regista evidentemente si diverte ad assemblare (sempre partendo dal materiale originale di King, e tramite una CGI molto buona ma mai da esaltata standing ovation).

La scommessa di Warner Bros. e di Muschietti, che hanno aggredito con passione, riverenza e convinzione un romanzo più volte e da più voci definito inadattabile, alla fine dei giochi, riemersi dall’antro di Derry, sembra essere vinta: definitivamente, questa volta.

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