Go Nagai Robot

La destrutturazione delle formule del thriller investigativo creata e in buona parte anche diretta da David Fincher continua nella seconda, splendida stagione di Mindhunter, che in qualche modo riesce nell’impresa quasi impossibile di superare addirittura le vette qualitative del primo ciclo di episodi, arrivati nel 2017 ad imporre un nuovo standard per il police procedural.

Go Nagai Robot

Tornano le raffinatezze di sceneggiatura, con dialoghi affilati cui ci si affida totalmente per creare una falsa-tensione che non esplode mai nell’azione, rimanendo costantemente repressa e quindi ancora più opprimente, sempre diretti in maniera impeccabile da Fincher, da Andrew Dominik, il grande ma quasi purtroppo nullafacente autore de L’Assassinio di Jesse James Per Mano Del Codardo Robert Ford e Coogan – Killing Them Softly, e da Carl Frankin, l’indimenticato regista de Il Diavolo in Blu, bellissimo noir con Denzel Washington di metà anni ’90: gente insomma che il thriller lo mastica, lo assapora, lo corteggia, lo ha studiato e ne conosce i meccanismi, e che quindi è perfetta per gli obiettivi della serie Netflix.

Mindhunter non arriva mai al thriller vero, con una mano ferma che solo i maestri del brivido possono vantarsi di avere si ferma l’esatto momento prima, il brivido non è mai mostrato ma sempre parlato, sempre descritto, tutto è paranoia e male e indagini ma sempre sulla carta, nei libri, tra i fascicoli, sulle scrivanie, negli uffici e sui tavoli da interrogatorio: quasi come Clint Eastwood fece per il western ne Gli Spietati, usando l’impianto filmico del western per ucciderlo definitivamente e portarlo da un’altra parte, così Fincher e le sue “reclute” sfruttano Mindhunter per entrare dentro i meccanismi del thriller e guardarli dal dietro le quinte.

Questo tipo di narrazione a fuoco lento, questa eterna elaborazione del profilo psicologico di un villain che non si vede mai, e che quando si vede potrebbe non essere davvero un villain, eppure bisogna provare che lo sia, questo tipo di intreccio esasperato ovviamente è possibile solo sul piccolo schermo, il cinema non permette un approccio così dilatato, e il paradosso è che con un approccio meno dilatato Mindhunter non potrebbe esistere perché finirebbe con l’essere uguale ai tanti procedural di modesta e dimenticabile fattura da seconda serata ed usa e getta.

Invece qui c’è una perizia nella costruzione di ogni singola scena, e come questa influenzi quella successiva, o nel modo in cui una frase o anche un singolo sguardo di un attore possa avere un effetto a cascata sulla battuta e la reazione del personaggio in controcampo, e come quella reazione possa a sua volta ricollegarsi ad un evento precedente o successivo scatenando un’altra reazione ancora, che ha la misura del capolavoro: certo c’è un solo personaggio che ha un suo arco narrativo personale pensato per svilupparlo e metterlo in difficoltà, ma non a caso riguarda la figura più interessante del trio di protagonisti e infatti funziona talmente tanto bene da essere più che sufficiente per colmare l’intero piano drammatico dei nove episodi.

Nove episodi che, al contrario dei precedenti, molto più legati alla ricerca della verità, puntano tutto sulla forza magnetica del dubbio: come in Zodiac – chiaro modello di riferimento – la ricerca del colpevole si fonda sull’esplorazione dell’ignoto, e il bagno di nichilismo che tutto l’impianto narrativo subisce prima di arrivare alla conclusione (?) genera una totale mancanza di risoluzione atta scientemente a sconfortare il pubblico: nei procedural il cattivo viene incriminato e i buoni vincono, ma Mindhunter gioca una partita tutta sua ad uno sport che pare aver inventato lui.

COMMENTA IL POST