Men In Black: International è la dimostrazione di quanto puntare su coppia vincente di attori non sia sinonimo di qualità filmica a schermo se poi quel potere da star system che i corpi dei suddetti attori emanano non viene incanalato e rielaborato dalle idee di un vincente regista: avevano fatto faville sullo schermo Chris Hemsworth e Tessa Thompson nell’iconoclasta e divertentissimo Thor: Ragnarok, ma sfortunatamente per il franchise di Men in Black F. Gary Gray non sa nulla né di iconoclastia né di divertimento,  per lo meno non sulla scala che gli viene richiesta in questa sede.

Molto più a suo agio nel cinema piccolo e urbano – suo è Il Risolutore del 2003 con Vin Diesel, lo stesso anno in cui uscì il remake di The Italian Job, sempre suo è Giustizia Privata del 2009, col picco della carriera arrivato con Straight Outta Compton nel 2015 – Gray continua a dimostrarsi inadatto alle produzioni ad alto budget, e dopo il pessimo Fast & Furious 8 realizza un altro film molto al di sotto delle aspettative, magari non così scadente ma di certo non all’altezza degli standard contemporanei.

Spostando tutto a Londra si abbandona l’aura da racconto urbano simil-poliziesco che invece contraddistingueva il primo film della saga (a dire il vero l’unico davvero riuscito di una trilogia non proprio brillante) in favore di un’atmosfera più jamesbondiana, che però di jamesbondiano non vuole avere praticamente nulla: Men In Black: International sembra un film che vorrebbe essere qualcosa ma che invece deve essere per forza qualcos’altro, e il personaggio di Tessa Thompson è l’emblema di questo cortocircuito.

Passi la pigrizia degli effetti speciali, passi lo svolgimento banale e l’ancor più banale risoluzione della vicenda, passino perfino i vuoti totali di idee visive interessanti … ma è impossibile credere ad un film che con così poca onestà intellettuale cerca continuamente di vendere se stesso all’inclusività del cinema mainstream attraverso un personaggio così finto e mal concepito come quello dell’agente M (Tessa Thompson): pur di dipingercela come perfetta, incredibilmente risoluta e migliore in tutto e per tutto del collega maschio (teoricamente veterano, o comunque presumibilmente ben più esperto di lei, appena arrivata), gli sceneggiatori (gli stessi del primo Iron Man) abbandonano totalmente un concetto fondamentale al cinema: l’immedesimazione dello spettatore nel personaggio.

Chi guarda un film per la prima volta si presuppone che non ne conosca il mondo che lo muove, tipicamente si sfrutta un protagonista che come il pubblico è un neofita di quel mondo e così il punto di vista del personaggio diventa quello dell’attore mentre entrambi, durante il procedere della narrazione, scoprono cose nuove, vivono le stesse esperienze diverse, imparano e immagazzinano e alla fine escono arricchiti da quell’esperienza (esempio più immediato perché in questi giorni sulla bocca di tutti, Avatar … ma accadeva così anche nel Men in Black originale). Tessa Thompson, in questo film, sembra conoscere il mondo che si ritrova davanti come un nerd qualsiasi messo di fronte ad un quiz sulla sua saga cinematografica preferita, minando completamente il rapporto che la lega al personaggio di Hemsworth, sempre in difficoltà rispetto alla collega.

Il rapporto di forza fra i due è totalmente farlocco, un errore madornale probabilmente figlio del  timore di ritrarre una donna subalterna ad un uomo nel 2019: comprensibile da un punto di vista socio-politico, imperdonabile in ottica cinematografica.

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