Già c’è una differenza vasta quanto le Terre del Branco tra l’essere perfettamente inutili e l’essere perfetti ma inutili; se poi consideriamo che Il Re Leone di Jon Favreau colma quella che per alcuni potrebbe essere una pecca (ovvero il suo corpo narrativo, identico a quello del film d’animazione originale diretto nel 1994 da Roger Allers e Rob Minkoff) aggiungendoci un apparato tecnologico d’avanguardia, che setta una standard scolpendo quindi il proprio nome nella cinematografia mondiale, allora diventa davvero quasi incomprensibile l’accoglienza gelida riservata dai colleghi della stampa americana al nuovo remake “live-action” della Disney.

Il film di Favreau, che già un ottimo lavoro l’aveva fatto nel 2016 con il remake de Il Libro della Giungla (insieme a Cenerentola di Kenneth Branagh il migliore del lotto che caratterizza questa nuova proposta editoriale della major, mal reiterata con lo scialbo La Bella e la Bestia, il pessimo Dumbo e l’insipido Aladdin) trova nel più classico dei cinismi da cinema industriale (che hanno inventato proprio a Hollywood) la sua principale ragion d’essere; ma non lo diciamo con disprezzo, anzi!

Attraverso un lavoro da cineasta amanuense l’autore ricalca shot for shot il classico del ’94 traslandolo nell’anno ’19 del ventunesimo secolo: non è propriamente una copiatura letterale – non al 100%, ma di certo non meno del 95%, ed essendo praticamente identico a livello narrativo ha sia pregi che difetti dell’originale – eppure basta per dimostrare barra trasmettere un attaccamento barra rispetto nei confronti dell’opera originale che sbalordisce quasi quanto la CGI (letteralmente fuori scala).

E’ come se, senza cercare minimamente il confronto col film d’animazione tanta è la reverenza con cui lo si guarda, Favreau abbia voluto “conservarlo” per le generazioni future, svolgendo un compito non dissimile rispetto a quello di un copista del quattordicesimo secolo: è un processo tanto affascinante quanto raro nella storia del cinema (per quanto sia il primo caso per un film d’animazione, i remake shot for shot sono sempre esistiti e sempre esisteranno, continuando all’infinito a causare sensazioni divisorie e aspri dibattiti tra la critica) che però per Il Re Leone trova sia un senso estetico, sia un senso concettuale.

Innanzitutto, come accennato sopra, il reparto VFX è probabilmente il più strabiliante che si sia mai visto dai tempi di Avatar, capace di far apparire quello de Il Libro della Giungla datato di almeno il doppio degli anni che ha: il cortocircuito si può innescare nel momento in cui, attraverso il suo foto-realismo documentaristico, il film chiede al pubblico di alzare la propria soglia di sospensione dell’incredulità fino a concedere a dei leoni di National Geographic di parlare e cantare, ma dal momento in cui si sceglie di guardare il remake de Il Re Leone della Disney si dà per assodato che lo spettatore sappia già cosa dovrà aspettarsi.

In secondo luogo, partendo dal discorso sul cerchio della vita, Favreau sembra volerci dire che l’unico modo per rifare questo film era farlo come lo ha fatto lui, e cioè prendere le inquadrature originali e usarle come storyboard: fatta eccezione per l’aggiunta di una sola scena, tra l’altro bellissima e che esplicita tutto il senso dell’operazione alla base del film, questo remake sa di essere un remake (Timon e Pumbaa lo esplicitano in un dialogo molto divertente nel quale affermano che la loro canzone Hakuna Matata è già famosissima e fa gongolare tutti quelli che la ascoltano) e non lo nasconde, anzi ne fa un vanto, e come il leone che nella morte diventa erba che l’antilope userà per nutrirsi rinvigorendo le sue carni per nutrire un giorno il leone, così l’animazione tradizionale de Il Re Leone ha alimentato quella digitale de Il Re Leone, e così via, in un processo di sviluppo che chi confonde con una linea retta dovrà ricredersi.

Nel più banale dei sillogismi aristotelici, se la vita è un cerchio e il cinema è la vita (perché il cinema è e sempre sarà un prodotto della vita), allora anche il cinema dev’essere un cerchio. E Favreau quel cerchio l’ha chiuso.

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