C’è davvero poco (leggi: praticamente niente) da salvare in Escape Plan 3 – L’Ultima Sfida di John Herzfeld, se non che per lo meno il titolo del mercato nostrano preannuncia l’epilogo di una non-saga iniziata nel 2013 all’insegna del divertimento da b-movie in compagnia di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger e poi finita alla deriva con un secondo capitolo da peggior direct-to-video de Caracas.

Ma il ben più secco titolo originale (Escape Plan: The Extractors) non sembra volerci concedere questa grazia, facendo temere piuttosto la terribile possibilità di altri sottotitoli sempre più atroci dopo i due punti che seguono il titolo principale Escape Plan, tra l’altro praticamente inutile perché il concetto di fuga è stato solo nel film originale al centro della trama.

E infatti non si dovrà fuggire da una prigione bensì unire le forze per salvare un membro Abigail Ross (Jaime King), tenuta prigioniera in un penitenziario conosciuto come Prigione del Diavolo, dal quale nessuno è mai riuscito a fuggire. Tutto si innesca dopo che l’esperto di sicurezza Ray Breslin (Sylvester Stallone) viene ingaggiato per salvare la figlia rapita di un magnate della tecnologia di Hong Kong, a sua volta rinchiusa nella formidabile prigione lettone: viene rivelato che l’uomo dietro i rapimenti è figlio di un ex amico diventato nemico, quindi Breslin, Trent De Rosa (Dave Bautista) e Hush (50 Cent) devono compiere un’altra missione di salvataggio mortale per affrontare questo sadico avversario e salvare gli ostaggi prima che sia troppo tardi.

Dopo il semisconosciuto regista di 1408 Mikael Håfström e l’ancor meno celebre Steven C. Miller per la direzione dei due precedenti film, per L’Ultima Sfida si punta in grande e si chiama John Herzfeld, che aveva lavorato come attore con Stallone in Cobra di Cosmatos ma il cui climax nella carriera dietro la cinepresa è rappresentato da 15 Minuti – Follia Omicida a New York, vale a dire il film che per primo ha dato il là alla fase discendente della carriera di Robert De Niro.

Non è propriamente solo colpa sua se il film gira a vuoto con la convinzione di uno zombie romeriano ma senza quel tipo di fascino, possiamo dire che le ambizioni del progetto sono praticamente nulle, però la firma alla fine dello show è la sua e quindi a lui bisognerebbe appuntare la totale assenza di enfasi: perfino Stallone, vero e proprio genio del cinema action, riesce a raggiungere degli abissi di infamia inediti per la sua longeva carriera.

In autunno lo rivedremo in Rambo V e il solo pensiero probabilmente tanto basta per dimenticarsi di questo film (e di questa saga, diciamolo) nel giro di dieci minuti, ma guardando il film la sensazione di essere davvero intrappolati in una prigione che neanche funziona è fortissima e soprattutto sembra infinita. Alla fine l’evasione è quella dello spettatore, lui sì desideroso di fuggire, che con una forza di volontà degna dei muscoli di Bautista (non pervenuto) in qualche modo riesce a trascinarsi fino ai titoli di coda e poi finalmente strisciare verso la libertà come Tim Robbins in The Shawshank Redemption.

A quel punto l’unica cosa da fare è invocare gli dei del cinema affinché facciano sì che non ci siano più prigioni dalle quali evadere.

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