Non è una scienza esatta, e a confermarlo ci sono anche alcuni esempi brillanti (Fargo su tutti), ma tendenzialmente non è quasi mai una buona idea realizzare una serie televisiva ispirandosi ad un film. Lo abbiamo visto recentemente con 12 Monkeys, con Dal Tramonto all’Alba e Scream, solo per citarne alcune: a volte l’idea di base è talmente precisa e così perfettamente inserita nel format cinematografico, che un successivo adattamento televisivo ha la sfortuna di sembrarne nient’altro che una copia fin troppo diluita.

Per fortuna questo discorso non è applicabile a What We Do In The Shadows, serie FX creata, scritta, diretta e prodotta da Jemaine Clement e Taika Waititi ispirata all’omonimo lungometraggio australiano che nel 2014 lanciò la carriera del geniale autore di Thor: Ragnarok dopo i meno celebri Boy e Eagle vs Shark: anche grazie alla natura episodica del film originale, la serie tv da dieci episodi (ma è solo la prima ragione, ed è già stata rinnovata per un secondo ciclo narrativo) sembra adattarsi al meglio ai canoni narrativi del piccolo schermo, sia grazie alla durata contenuta di ogni puntata (la più estesa non supera i trenta minuti) sia al fatto che le stesse siano più o meno auto-conclusive.

Nel far partire il primo episodio si scatena lo stesso meccanismo che segue all’apertura di un pacchetto di patatine: si ha voglia di gustarsene un altro, e poi un altro ancora.

I succhiasangue protagonisti dello show vivono a Staten Island, simbolo degli immigrati statunitensi che chiarisce subito quali argomenti Waititi e Clement vogliono affrontare con la loro irriverenza: Kayvan Novak, Natasia Demetrious e Matt Berry interpretano con affilata arguzia i tre non-morti, le cui occupazioni principali sono quelle (ovviamente) di evitare la luce del giorno, trovare sangue di vergine da tracannare e preparare il terreno per l’avvento di un Lord Vampiro terribile e spietato che però potrebbe essere fin troppo spietato per loro, che sono fondamentalmente degli idioti per tutti tranne che per il loro servitore Guillermo (Harvey Guillén), un diurno che svolge tutte le faccende quotidiane che i tre non possono permettersi di sbrigare quando fuori splende il sole nella speranza di essere tramutato in vampiro.

Come nel film lo stile mockumentary (che in ambito televisivo può ricordare The Office) la trasporta lo spettatore in chiave meta-narrativa all’interno del racconto: l’occhio di questa troupe senza nome e senza volto, che sta seguendo la quotidianità di un gruppo di vampiri, viene associato all’occhio del pubblico, che impara a conoscere i protagonisti non-morti e le loro fobie, i loro tic e le loro manie, tutti fuori moda, con personalità ben distinte e ancor meglio delineate, tutti un po’ scemi e tutti assolutamente esilaranti.

In pratica Waititi e Clement hanno preso gli ottantasei minuti di Vita da Vampiro e li hanno estesi ad una sit-com comedy-horror che, nonostante non aggiunga poi molto a quanto già detto barra fatto al genere di riferimento dal lungometraggio (probabilmente il più geniale horror in salsa commedia dai tempi di L’Alba dei Morti Dementi), potrebbe benissimo proseguire per anni.

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