Peter Parker deve diventare il nuovo Iron Man, e Spider-Man: Far From Home ce lo dice in continuazione.

Sia a livello diretto (basta aver visto i numerosi trailer promozionali per saperlo) ma soprattutto, e in maniera molto più indispensabile e clamorosamente evocativa, in chiave subliminale, con determinate musiche e ammiccamenti che ricreano l’atmosfera di quei film in questo, che a quei film non assomiglia proprio: l’opera di Jon Watts sembra così consapevole della sua dimensione ridotta, dei suoi toni da commedia adolescenziale, dei suoi canoni da trip movie così perfettamente ricalcati nella struttura a tre atti, da riuscire ad agire con fierezza all’ombra delle macerie del Marvel Cinematic Universe post-Avengers: Endgame. Essere piccoli e intimisti e molto più interessati ad uscire con le ragazze che salvare l’universo da eserciti di alieni invasori in Far From Home diventa un vanto, e già questo è fenomenale per il modo tutto kevinfeigiano che hanno i Marvel Studios di passare dall’epica al teen movie.

Gli Avengers sono morti, Tony Stark è morto, Watts usa quel materiale come fosse mitologia e imposta tutto l’apparato filmico della sua opera per trasformare il suo giovane protagonista nel futuro del MCU adesso che il passato non c’è più: riferimenti, strizzatine d’occhio, addirittura (nella scena migliore del film, quella che più ne riassume il senso, con un Jon Favreau clamoroso i cui occhi velati di lacrime dicono tutto ciò che c’è da dire) l’utilizzo di un celebre brano di una celebre scena di un celebre film … Spider-Man deve imparare ad essere il nuovo Iron Man e questo è il capitolo della sua vita in cui dovrà compiere quel passo.

Il concetto di potere e responsabilità che già ai tempi di Civil War i Marvel Studios avevano cercato di aggirare per non cadere nell’errore del secondo reboot The Amazing Spider-Man di ricalcare eventi e luoghi comuni già visti nella prima serie diretta da Sam Raimi, in Far From Home viene traslato sul tema della fiducia, della quale si può godere ma che si può anche concedere, a ragione o a torto.

La scelta gioca a favore tanto dello sviluppo del protagonista quanto del nuovo arrivato Mysterio, che Jake Gyllenhaal interpreta come se fosse nato per farlo: evidentemente, Thanos a parte, i migliori villain del MCU sono destinati a passare per la saga stand-alone di Spider-Man, perché dopo l’ottimo lavoro fatto sull’Avvoltoio di Michael Keaton in Homecoming anche Mysterio riesce a parlare della nostra società in maniera sia chiara sia sotto-testuale, offrendo chiavi di lettura da meta-cinema sulla forza dell’illusione (leggi: effetti speciali) e sulla voglia che il pubblico ha di essere ingannato (leggi: escapismo) che sa sia un po’ di The Prestige sia un po’ di George Méliès, traslato dall’età analogica a quella digitale.

C’era un gran colpo di scena nel precedente Homecoming e Far From Home non tenta neanche il confronto (ma rimanete per le scene post-credits, due e probabilmente le migliori mai architettate dai Marvel Studios), c’era un bacio divenuto incredibilmente iconico nel primo Spider-Man di Sam Raimi e ancora una volta Watts va in un altro territorio, per far sì che il film rispecchi in pieno le caratteristiche del suo protagonista (goffo, timido, riflessivo, intimo) anche in un momento che tipicamente sarebbe stato ritratto con fanfare e doppie sottolineature.

Ma ciò in cui davvero eccelle Far From Home, al netto del coraggio dimostrato – ma anche imposto dalla linea editoriale dei Marvel Studios – nel farsi carico del doppio obiettivo di chiosare in dissolvenza la Infinity Saga dopo il climax di Infinity War e Endgame e preparare il terreno per l’avvento della Fase 4 e oltre, è la maniera in cui prende il testimone fatto cadere da Tony per consegnarlo a Peter.

Può sembrare un’esagerazione, ma un’esagerazione perfettamente calata nella realtà fantastica costruita dal MCU: il cortocircuito è rappresentato dalla filosofia platonica alle spalle di Mysterio – che non a caso mette in dubbio ogni decisione di Tony Stark – riassumendo il bisogno intrinseco che la società (pubblico) ha di credere alle illusioni (storie).

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