Arriva in Italia con una fama peggiore di quella del recente dramma La Mia Vita Con John F. Donovan di Xavier Dolan questo Domino, nuovo film diretto da Brian De Palma a ben sette anni di distanza dal precedente Passion: girato circa due anni fa in Danimarca e in giro per l’Europa, quasi a voler seguire l’itinerario dei protagonisti Nikolaj Coster-Waldau e dei coniugi Guy Pearce e Carice van Houten, il film è stato diseredato dal suo stesso regista a causa di diversi problemi di finanziamento che ne hanno vessato sia la produzione che la post-produzione, durante la quale il montaggio finale è stato privato di circa quaranta minuti di girato.

Ma la reputazione di un’opera non dovrebbe mai essere fondata sull’opinione che ne ha il suo autore, e al di là delle considerazioni su quanto il cast de Il Trono di Spade sia evidentemente maledetto se destinato ad altri progetti (il film di Dolan, come ricorderete, ha per protagonista Kit Harington), questo piccolo e sconclusionato thriller racchiude in sé tutte le migliori parentesi del body of work depalminano, con almeno tre sequenze cinematograficamente sofisticate che riescono a colmare tutte le lacune narrative di una sceneggiatura (quella si) abbastanza scialba.

Tra cinici agenti CIA, agenti di polizia sbadati, corride e vendette personali, Domino potrebbe non soddisfare chi al cinema cerca una storia originale, avvincente e soprattutto priva di difetti di coerenza (comunque tutti elementi da sempre secondari nella filmografia di De Palma) ma di certo farà la gioia dello spettatore affamato di immagini, con il lucidissimo occhio della cinepresa dell’autore che si dimostra ancora in grado (come quello di nessun altro) di ampliarsi e restringersi, di focalizzarsi e dividersi, per cogliere tutti i singoli momenti della suspense.

Nonostante il titolo e le premesse narrative facciano pensare ad un “effetto domino” di inseguimenti multipli – che poi sono il fulcro della vicenda – De Palma non sembra mai davvero interessato a seguire la strada propostagli dallo sceneggiatore Petter Skavlan (forse lo ha fatto nella mezz’ora e più di sequenze tagliate) quanto piuttosto a flirtare con l’immagine filmica attraverso tutti i dogmi della sua produzione: tramite split screen e slow-motion, coreografie della macchina complessissime e ampio utilizzo dello split diopter, De Palma torna ancora una volta sul concetto di sfiducia per l’autorità e si dimostra nuovamente il maestro del climax e del voyeurismo, reiterando il suo particolare feticismo per la tecnologia e per i modi con la quale questa può essere manipolata.

In tal senso spicca per visione e riuscita la sequenza dell’attentato terroristico (naturalmente ambientata sul tappeto rosso di un festival cinematografico, come l’inizio di Femme Fatale, col quale questo Domino condivide anche l’attore Eriq Ebouaney), durante la quale De Palma torna ad inserire il Cinema dentro il Suo cinema (davvero un’ossessione reiterata per tutta la sua carriera) utilizzando ogni orpello stilistico che ne contraddistingue lo stile per dividere la narrazione in tre punti di vista principali: i due cellulari fissi sul fucile automatico offrono contemporaneamente un primo piano sull’attentatrice suicida e il controcampo della mattanza, mentre un monitor sul quale entrambi i filmati vengono riprodotti in diretta streaming scruta il totale dell’azione, allo stesso modo in cui un regista vigila sullo svolgimento del suo film dal dietro le quinte.

L’inizio e la fine del film, poi, sono indimenticabili: un lentissimo piano sequenza in zoommata innesca l’effetto domino di decisioni sbagliate prima di un inseguimento sui tetti che ricorda un po’ La Donna Che Visse Due Volte e un po’ Caccia al Ladro del “padre” di De Palma Alfred Hitchcock, mentre nel finale il maestro della New Hollywood realizza una delle migliori sequenze della sua carriera orchestrando un crescendo incredibile nel quale la geografia della scena si snoda lungo una linea retta diagonale di quattro-cinquecento metri che copre tre diversi momenti di azione, il tutto scandito dal movimento a ralenti di un drone.

Bastano queste tre singole scene ad elevare la qualità di un prodotto audiovisivo sì debolissimo a livello narrativo, ma innegabilmente diretto in maniera magistrale. 

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