Quasi intenerisce per l’andatura claudicante, il fiato spezzato, il corpo esile che però nonostante tutto non vuole mollare perché animato da uno spirito vispo e gagliardo questo La Mia Vita Con John F. Donovan, equivalente cinematografico di una creatura esangue che in qualche modo riesce, anche se a stento e non propriamente come avrebbe voluto, arrivare dove voleva arrivare sopravvivendo ad un viaggio che definire impervio sarebbe fargli un complimento.

La prima fatica hollywoodiana per l’enfant prodige canadese si tramuta in un disastro uscito coi gomiti e le ginocchia dal production hell nel quale vagava da due anni, una debacle totale da oltre $35 milioni di dollari di budget (il più alto della carriera del poliedrico e ancora giovanissimo cineasta) ripagata con appena $2 milioni incassati nel mondo, medie di review statunitensi ancora più basse e in generali tanti fischi e tante ritirate con code fra le gambe nei vari circuiti festivalieri che lo hanno accettato (pochi, a dire il vero).

Giustamente l’investimento è stato cospicuo e fa arrabbiare non vederne i frutti, a Hollywood funziona così (la stampa nord-americana lo ha talmente odiato che ad oggi non è ancora stato distribuito), e i gatti morti tirati in occasione del Toronto Film Festival 2018 sono serviti sì a riportare Dolan al montaggio, nel tentativo di salvare il salvabile, ma anche ad aggravare la reputazione di un film che arriva in questi giorni con la fama di “maledetto”.

Ed è proprio questa aura da dannato che rende doppiamente interessante l’approccio al settimo lungometraggio (paradossalmente così in ritardo nella distribuzione da essere già diventato il “vecchio” film di Dolan, che a Cannes 2019 ha presentato l’ottava opera, Matthias & Maxime) di una carriera folgorante e polarizzante come poche altre – forse nessuna – dall’esordio nel 2009 con J’ai tué ma mère: un ragazzino di otto anni con una passione esagerata per il cinema in generale ma per una star internazionale in particolare, decide di scrivere una lettera al suo idolo.

E’ questo lo spunto di vita privata (Dolan era innamorato di Leonardo Di Caprio ai tempi di Titanic, e a Di Caprio scrisse una lettera) dal quale l’autore parte per raccontare la storia di Rupert Turner (Jacob Tremblay), del divo John F. Donovan (Kit Harington) e della loro corrispondenza privata tenuta segreta per anni. Il film non riesce a rendere giustizia alla dimensione epistolare del racconto, che risulta appiattita e da scelte visive mai del tutto né convincenti né attraenti, e da una sceneggiatura a metà fra il pomposo e il didascalico.

Il montaggio, vera aggravante perché visibilmente artificioso e rimaneggiato più e più volte (il film, già lungo così, era ancora più esteso in origine, con tutta una trama riguardante un personaggio interpretato da Jessica Chastain ora completamente rimossa), rende il film appesantito e mai bilanciato, spesso ottuso, goffo, caratteristiche che non possono non risaltare e all’occhio esperto e al palato prelibato.

Eppure, da tutto questo intricato guazzabuglio, i temi portanti della poetica dell’autore sono ben evidenti, dall’intimità spudorata ai travagli nel rapporto materno, dal sentimentalismo espresso a suon di musica rock a tutto l’amore per la cultura pop. In un certo senso ci sono sprazzi del Maps to the Stars di David Cronenberg, a suo modo un film molto più riuscito per la dialettica con la quale affronta con fare satirico il mondo del privato delle celebrità, i corpi più pubblici che esistano nella società, e col senno di poi sarebbe potuto anche diventare il film manifesto della carriera del suo autore.

Ne diventa invece il punto più basso, una caduta comunque attutita dal suo essere completamente indolore perché arrivata al termine di una striscia positiva incredibile: un bicchiere sia mezzo pieno sia vuoto dal retrogusto amarissimo, che però scompare subito e lascia un ricordo quasi dolce.

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