La colpa più grande di Annabelle 3, che poi è davvero l’unica per il film che segna il debutto alla regia dello sceneggiatore Gary Dauberman, è quella di legare insieme un po’ grossolanamente sia col montaggio sia evidentemente proprio in fase di sceneggiatura le varie trame che compongono i terrificanti, divertenti e perfino commoventi 106 minuti di questo horror incredibilmente ben fatto: tutto all’interno del nuovo capitolo del The Conjuring Universe è così talmente ben congegnato e concepito che i cinque minuti dell’epilogo appaiono sbrigativi in modo disarmante, quasi come se Dauberman, talmente affezionato alla storia immaginata insieme a James Wan ma diretta di proprio pugno, avesse preferito un finale netto anche se affrettato ad un lungo addio che avrebbe garantito alla narrazione un afflato più malinconico e al pubblico una chiosa più soddisfacente.

Questo probabilmente perché ad un lungo addio al franchise horror Dauberman non sta pensando affatto, e a ben vedere in Annabelle 3 – ambientato subito dopo gli eventi del primo The Conjuring (il film non ce lo specifica, ma lo si può intuire dai manufatti custoditi nel museo di Casa Warren: manca infatti il giocattolo-simbolo de Il Caso Enfield) – i produttori James Wan e Peter Safran potrebbero aver piazzato parecchi semi per il futuro della maxi-saga, ma se la cosa da un punto di vista editoriale si traduce in un grande e sentito chapeau, dal punto di vista dell’opera singola inficia la riuscita di un film che altrimenti sarebbe stato pressoché perfetto.

Perché se l’epilogo sembra l’equivalente cinematografico di un ristoratore particolarmente sgarbato che ti sparecchia la tavola subito dopo averti servito il dolce più prelibato della casa, fin dalla primissima scena Annabelle 3 si impone come un’esperienza culinaria in salsa horror dai gusti e dai sapori da stelle Michelin, che inizia con una spruzzata di fumo finto da cinema di genere vecchio stampo anni ’70-’80 e arriva alla modernità della messa in scena di Wan – con riprese lunghe e scene molto poco montate che accumulano la tensione per poi rilasciarla all’improvviso – passando nel frattempo per citazioni illustri come Halloween di John Carpenter e perfino Shining di Stanley Kubrick (quest’ultima davvero di classe!).

In mezzo tutto quello che il cinema horror ha prodotto nella sua longeva storia editoriale e qualche trovata inedita davvero sorprendente, come questa sorta di riflessione meta-narrativa sullo spoiler (c’è una sequenza pazzesca in cui il film anticipa se stesso rivelando continuamente ciò che accadrà nei successivi cinque secondi) che vede protagonista Katie Sarife (la sua Daniela è sorprendentemente il cuore pulsante del film) e un televisore anni ’60 posseduto, e l’utilizzo davvero geniale di un proiettore per una forma di esorcismo degna della Pixar (da non intendersi in senso dispregiativo, sia chiaro: lo studio d’animazione è stato tirato in ballo perché nei suoi film c’è sempre qualche strumento audio-visivo a ricoprire una parte importante nella trama).

Al di là dei paragoni (si, a parte i due The Conjuring di Wan, Annabelle 3 è di gran lunga il miglior film della saga), la cosa più interessante è il modo in cui Dauberman, in chiave quasi revisionista, dia maggior rilevanza in termini di costruzione della suspense alle scene d’atmosfera, quelle cioè che devono preparare il pubblico ad uno spavento che poi non arriva (le classiche scene da horror che mirano a spaventare lo spettatore ma che alla fine si risolvono con un nulla di fatto). La cosa sembra riuscire ad inquadrare perfettamente la dimensione di un film che è molto più intimista che spaventoso, un’opera che sceglie piuttosto coraggiosamente di trattare la materia dell’horror (conoscendone i meccanismi alla perfezione) solo però al fine di sfruttarla per parlare di tutt’altro.

Del resto per Wan, che ha creato il franchise ispirandosi al Marvel Cinematic Universe, di Kevin Feige, i Warren sono sempre stati dei supereroi retrò (Lorraine ha perfino dei superpoteri!), o per lo meno delle figure eroiche alla Indiana Jones che tengono corsi universitari di giorno e che vanno a caccia di manufatti infestati di notte, con croci e acqua santa al posto di frusta e cappello; è naturale quindi che nel realizzare un film sulla loro unica figlia, tutto venga calato in un contesto molto meno “super”, dove “super” ovviamente equivale a “horror”.

Potrebbe benissimo essere il Goonies del XXI secolo dell’horror non vietato questo Annabelle 3, o una passeggiata nella Fortezza della Solitudine in compagnia di Jonathan Kent quando suo padre Clark è fuori a salvare il mondo: non regala grandi spaventi, ma le altre emozioni ci sono tutte.

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