Si sono praticamente perse tutte le tracce di Under The Silver Lake, opera terza dell’acclamato regista indie statunitense David Robert Mitchell dopo il semi-sconosciuto e delizioso The Myth of the American Sleepover e soprattutto l’osannato It Follows: presentato più di un anno fa (16 maggio 2018) al Festival di Cannes neanche in una sezione parallela ma addirittura in competizione per la Palma d’Oro, il neo-noir fantasy-onirico con un Andrew Garfield che si muove nel contesto di una Hollywood pseudo-realistica è scomparso dalla notte al giorno, esattamente come accade alla ragazza di cui il protagonista dell’opera si invaghisce (la sua missione, come in ogni noir che si rispetti, sarà quella di ritrovarla).

Pensate: i diritti dell’opera vennero acquistati dalla A24 (che dimostra ancora una volta di essere la Pixar del cinema indipendente, non sbaglia praticamente un colpo) nel 2016, due anni dopo come detto il film approdò a Cannes, venne rilasciato in Francia l’8 agosto dello stesso anno (perché per essere in competizione a Cannes devi essere distribuito al cinema sul mercato nazionale) e poi … e poi non-si-sa-bene-cosa.

Sarebbe dovuto uscire negli Stati Uniti (paese di produzione) a giugno 2018, ma la data fu rinviata al 7 dicembre scorso per ambizioni da stagione dei premi: ambizioni che però rimasero solo tali, dato che il film negli USA in sala non ci arrivò per niente e fu caricato ad aprile 2019 su selezionate piattaforme VOD. In Italia? Stiamo freschi, e al momento l’unico modo per reperire il film è passare per Amazon (dato che paradossalmente l’opera, essendo uscita in Francia quasi un anno fa ormai, è da mesi disponibile in blu-ray in lingua originale).

Ma, in sostanza, che film è Under The Silver Lake?

E’ un film schivo, che come accennato sopra sparisce nella notte, una sorta di rappresentazione meta-cinematografica di ciò che il film stesso ci racconta: è un noir radicato nell’art-house che si aggira a metà fra il mondo dei sogni e quello della veglia, offrendo un contraltare perfetto per l’incubo a occhi aperti che era It Follows (anche qui ci saranno scene che rimandano all’horror puro, e che non seguendo mai la grammatica di quel tipo di cinema risultano sia inaspettate che raggelanti).

La trama, che ad una mente cinefila non può non ricordare quella di Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson (il film è consapevole del paragone e infatti non vuole mai essere Vizio di Forma, va praticamente da tutt’altra parte nello stile, nella messa in scena, nella fotografia, nella musica, nell’uso dei dialoghi, in tutto), racconta di Sam (Garfield), un nullafacente dallo sguardo costantemente stordito che vive in un appartamentino di un condominio per il quale non paga l’affitto e dal quale rischia di essere sfrattato da un giorno all’altro; una notte incontra Sarah, che abita al piano di sotto e con la quale vorrebbe andare al letto.

Proprio sul più bello però i due vengono interrotti dal rientro in casa delle coinquiline di lei, che saluta il ragazzo promettendogli che l’avrebbe incontrato l’indomani mattina: l’indomani mattina di Sarah non c’è più alcuna traccia.

Mitchell non è interessato minimamente alla trama del film e infatti costruisce la sua labirintica sceneggiatura in modo che lo porti al nocciolo del cinema noir, per evocare quei sentimentalismi nostalgici e malinconici tipici di quel tipo di narrativa, sfruttando la storia come un pretesto o un orpello: tantissimi personaggi pittoreschi, vicende, misteri, segreti, complotti, tutti che si avvicendano uno dopo l’altro ma tutti che non contano assolutamente niente, perché il viaggio compiuto da Sam per giungere alla verità (trovare Sarah), in realtà lo porterà a scoprire l’unica verità che conta davvero (capire se stesso). Nel suo girovagare per una Los Angeles senza tempo (com’era senza tempo la Detroit di It Follows) che però è la Los Angeles del cinema e non quella della realtà, Under The Silver Lake riesce a raggiungere un senso di malinconia per il passato che è il succo stesso del noir, ovvero quella sensazione che tutto stia andando in malora e che l’unico sollievo sia rimasto nel passato, che in quanto tale risulta irraggiungibile se non attraverso i ricordi, o sogni in questo caso.

L’autore questo lo sa benissimo –  dimostra una comprensione della materia incredibile – e infatti crea un flusso-onirico costante che cambia continuamente rimanendo sempre uguale come lo scorrere di un fiume. E’ chiaro che è tutta un’allucinazione, tutta una proiezione mentale, che non c’è niente di reale, come nei sogni il protagonista se la cava sempre e trova sempre una soluzione ai puzzle sempre più assurdi che si trova a dover risolvere di volta in volta, si invaghisce di ogni ragazza che incontra e la segue come se ogni ragazza gli ricordasse un aspetto particolare della donna della sua vita che forse non c’è più.

E la sensazione, proprio come nei sogni, è quella di poter andare avanti ad indagare per sempre, trovando continuamente altri misteri: assassini di cani, messaggi nascosti nelle canzoni, uomini neri, re dei senzatetto, tombe di faraoni moderni, ragazze bellissime e amici improbabili, scrittori con la conoscenza enciclopedica di ogni teoria del complotto che sia mai stata concepita, un nuovo Gesù stella del pop e drive-in e hot-line e demoni donne-gufo che ti uccidono nel peggiore dei modi e mappe segrete nascoste nelle scatole dei cereali … E’ tutto un castello di carte che il protagonista immagina per nascondere a sé stesso un dramma che noi non vediamo mai ma che a un certo punto intuiamo.

E’ anche un film sugli schemi e i messaggi subliminali che usa schemi e messaggi subliminali per spiegare se stesso: i re del noir sono morti (Mitchell ci mostra le tombe di Welles e Hitchcock, ma li omaggia anche facendo proprie le loro cifre stilistiche, dagli zoom-in alle varie profondità di campo alla colonna sonora retrò) ed è morta anche la diva più diva che Hollywood abbia mai conosciuto (Marilyn Monroe); c’è un momento incredibile che ricostruisce con il corpo di Riley Keough una celebre scena di Something’s Got To Give, commedia del 1962 diretta da George Cukor che rimase incompiuta per via della morte improvvisa della Monroe, e più avanti, in un’altra scena, nell’appartamento di Sam notiamo delle calamite da frigorifero che ritraggono proprio la compianta diva in posa di nudo per lo scatto in piscina che il film aveva citato mezz’ora prima, raccontandoci senza le parole come e perché il protagonista aveva avuto quell’allucinazione.

Mitchell questo trucco lo usa spessissimo cavalcando il tono auto-ironico della narrazione (c’è una gag geniale che riporta Andrew Garfield ai tempi in cui nei panni di Peter Parker sperimentava i suoi nuovi poteri da Spider-Man) e riempie la sua opera di riferimenti al cinema: la ricerca alla ragazza del protagonista diventa quella alla citazione dello spettatore (incalcolabili i riferimenti più o meno diretti: non che sia una gara ma oltre a quelli già nominati sopra noi ne abbiamo trovati per La Finestra Sul Cortile, The Legend of Zelda, La Notte dei Morti Viventi, 2001: Odissea nello Spazio, L’Invasione degli Ultracorpi, The Neon Demon, 7th Heaven, Mulholland Drive, Come Sposare un Milionario, 20.000 Leghe Sotto I Mari, Addio Alle Armi, Il Mostro della Laguna Nera, Dracula, Reefer Madness, Psycho, Il Grande Lebowsky, L’Uomo Lupo, Gioventù Bruciata, Venerdì 13, Transformers, Il Cervello Che Non Voleva Morire, Riscky Business, Fa La Cosa Giusta, Giochi Maliziosi, Scream, The Leftovers, Ubriaco d’Amore, Viale del Tramonto, L.A. Confidential e tantissimi altri), in un gioco notturno per palati fini tanto dell’arte cinematografica in particolare quanto della cultura pop in generale.

E’ un film magnifico e indimenticabile Under The Silver Lake, con un impianto filmico lynchiano vestito del cromatismo shocking di La La Land, che parte dal noir ma che con andatura dinoccolata da stoner-movie si muove trasognato tra tutti i generi cinematografici che hanno costruito il mito di Hollywood creando una realtà-onirica che non esiste da nessun’altra parte nella storia del cinema se non qui.

Citazionista e surreale, scoordinato e inquietante, perverso ed erotico, brutale e psichedelico, parossistico, dissacrante, colto e soprattutto tremendamente (ir)riverente nei confronti del cinema e dell’aura purissima della Hollywood Classica, Under The Silver Lake è l’ennesimo trionfo della A24 e la cementazione del talento indipendente di David Robert Mitchell. Così indipendente che non lo conosce nessuno, per questo noi vi consigliamo di recuperarlo al più presto e in ogni modo possibile.

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