L’isteria di massa continua a dilagare. Il mondo, nel dettaglio Londra, continua a crollare costantemente, collassando verso il centro della Terra. E Dylan continua a essere comprimario inatteso di ogni evento intorno a lui.

La meteora inizia a esprimere i propri pensieri, definendosi un “drago che divorerà il mondo”: sarà proprio un drago che devasterà la vita della piccola Lucy, costringendola ad attraversare a piedi mezza Londra pur di chiedere aiuto al famoso inquilino del civico 7 di Craven Road…

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Casca il mondo vede per la prima volta insieme la principessa dell’horror Barbara Baraldi e il Maestro del realismo Bruno Brindisi, e l’incontro tra i due ha decisamente dato alla luce una bella storia, dal ritmo calzante e tremolante. Nella storia, Barbara Baraldi scrive e descrive minuziosamente (a volte anche in maniera lapalissiana) gli orrori di una catastrofe tristemente nota al pubblico italiano: quella del terremoto e delle sue conseguenze, che sono ancora protagoniste delle vite di molti abitanti d’Italia (Abruzzo, Emilia Romagna, Molise, Irpinia…). Centralizzando la catastrofe in un solo quartiere di Londra, Baraldi risparmia il resto della capitale inglese a favore dei prossimi sceneggiatori che calcheranno le pagine della serie regolare di Dylan Dog.

TUTTI GIÙ, SOTTO TERRA!

La sceneggiatrice di origini emiliane si conferma un’attenta studiosa del mondo di Dylan, creando una storia molto classica, dal finale sorprendente capace di ribaltare le convinzioni del lettore. Grande pecca della storia sono quelle poche tavole di sesso sfrenato, piazzate all’interno dell’albo come giustificazione al fatto che in ogni albo Dylan stia con una donna differente; questa, poi, viene vista più come una donna di cui l’indagatore non fa neanche in tempo a innamorarsi, diventando lui una semplice valvola di sfogo della bella volontaria, che per qualche ora vuole pensare prima a se stessa che agli sfollati.

Dall’altro lato, le tavole dove Dylan si immerge a soccorrere Lucy ed eventuali superstiti hanno un animo escheriano, ancora più intensificato dalla matita di Brindisi che stacca magistralmente luci e ombre, facendoci vivere ogni movimento della luce proveniente dalle lampade da minatore lungo le pareti delle case e dei canali di scolo. Non solo: la quantità di vignette mute sono cariche di potenza narrativa, facendo tremare tutto l’albo tra le mani del lettore. La successione cinematografica delle fughe prende molto spazio tra le pagine, sacrificando lunghi dialoghi in poche vignette.

Ma il vero protagonista di questo albo è Groucho, che con i suoi siparietti (a volte anche inquietanti) riempie svariate tavole, smorzando la tensione accumulata nella tragedia. Che siano in realtà un modo per anticipare una nuova visione del fratello Marx che troveremo nei numeri successivi? Chi può dirlo, sappiamo solo che negli ultimi numeri la presenza di questo personaggio comprimario (ma non troppo) sta prendendo sempre più spazio dentro le 96 pagine.

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La cover di Gigi Cavenago è claustrofobica proprio come Dylan (che ce lo ricorda più volte nell’albo). Le interpretazioni sono differenti: da un lato l’indagatore è pressato dalle responsabilità e dalle richieste di aiuto da un mondo che sta scappando da se stesso; dall’altro, Dylan risponde al suo ancestrale istinto di sopravvivenza, cercando di nascondersi da una meteora che sfreccia prepotente nel cielo di una Londra che già non c’è più.

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