Fiaba moderna ambientata in nella luminosa Mumbai di oggi, Sir – Cenerentola a Mumbai, titolo italiano come al solito molto più didascalico con tanto di enfatizzazione sul lato fairy tale al contrario del ben più secco Sir originale (che, come spesso accade coi titoli originali mangiati dalla traduzione, nella sua aridità restituisce con molta più precisione quella che poi è l’esperienza effettiva del film), racconta la storia della giovane Ratna (Tillotama Shome) che lavora come domestica per Ashwin (Vivek Gomber), erede di una ricca famiglia della metropoli indiana.

Nonostante possegga tutto e in apparenza conduca una vita perfetta, il ragazzo guarda con diffidenza al futuro, e in questo fa perfettamente da contraltare a Ratna, che invece non possiede nulla se non grandi quantità di speranza e determinazione per il raggiungimento di migliori prospettive, e che per realizzare i suoi sogni è pronta a lottare con la testardaggine che la contraddistingue. Come sempre accade nelle fiabe i due mondi così opposti e distanti fra loro sono destinati non solo ad incontrarsi, ma a scatenare sentimenti inaspettati.

La regista indiana Rohena Gera, al suo debutto nel lungo live-action dopo il doc What’s Love Got to Do with It? e tantissimi crediti come sceneggiatrice, si diverte a strizzare l’occhio alla fiaba di Cenerentola spostandone latitudini e longitudini dai regni incantati e fittizi che contraddistinguevano tanto il classico d’animazione Disney quanto il bellissimo remake live-action di Kenneth Branagh a contesti più orientaleggianti e contemporanei, in una Mumbai fatta di grattacieli e case popolari coloratissime.

Nel suo piccolo Sir – Cenerentola a Mumbai sa spiegare benissimo i tempi moderni da un punto di vista locale, che funge da sorta di punto di arrivo per un discorso il cui inizio potremmo individuare in Passaggio in India di David Lean tratto dall’omonimo romanzo Edward Morgan Forster: lì si rifletteva con la mente all’anticolonialismo e il cuore ai bisogni del popolo, del quale gli inglesi erano gli oppressori, ma adesso che sono passati trent’anni le cose non sembrano cambiate così tanto, con la gerarchia sociale che ha sostituito l’Impero Britannico nel mettere i bastoni fra le ruote della gente comune.

Potrebbe non vantare il ritmo spensierato che ci si aspetterebbe da una versione occidentale della stessa storia (ne abbiamo a bizzeffe ma ci accontentiamo di ricordare Pretty Princess, che lanciò la carriera di Anne Hathaway) eppure il film riesce a centrare perfettamente quel realismo che cerca all’interno del contesto della fiaba: naturalmente spetta alla coppia di protagonisti trascinare il film dai titoli di testa ai titoli di coda, e per quanto schematico la riduzione degli stessi a simboli uguali ma opposti funziona, anche se i pochi ruoli di supporto non aggiungono molta varietà o retroscena alla narrazione principale.

Nel corso del film, premiato alla settimana della critica di Cannes 2018, la storia d’amore si prende che è centrale allo sviluppo di entrambi i protagonisti si prende il suo tempo per scaldarsi e entrare nel vivo, ma quando questo accade lo fa toccando le corde giuste. Ottima la partitura originale di Pierre Aviat in colonna sonora, che coi suoi toni scandisce tutte le difficoltà cui la coppia incappa lungo la strada per unirsi.

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