La Prankster Comics propone interessanti opere di vario genere e tra esse c’è Wolfskin Chronicles, un fumetto dalla gestazione problematica. In realtà, quest’opera è già conosciuta da coloro che si sono interessati al fumetto italiano indipendente. Parlare dei suoi percorsi è complesso ma cercherò di fornire le informazioni più rilevanti. Le origini della serie risalgono al 1998 quando tre talentuosi autori, Alessio Nocerino, Raffaele Apuzzo e Baldo di Stefano idearono Black Spiral, serie horror incentrata sui licantropi.

La particolarità era data dal fatto che le vicende si svolgevano in un contesto italiano e l’inizio della saga si collocava addirittura ai tempi dei mitici Romolo e Remo. Gli autori la proposero a diversi editori e, in un certo senso, Black Spiral fece parlare di sé sin dal principio. In seguito il titolo cambiò e divenne Wolfskin. Tuttavia, uscì solo un numero zero e il progetto poi si bloccò. Per molto tempo, quindi, Wolfskin divenne un fumetto dalla valenza mitica che nessuno, purtroppo, ebbe modo di leggere.

Prankster Comics si accinge, tuttavia, a pubblicarlo in volume e lo anticipa con una miniserie intitolata Wolfskin Chronicles. Anche in questo caso, il discorso è un po’ complicato. Gli albi presentano, infatti, avventure autoconclusive originariamente concepite come backup stories da inserire nella collana regolare. A giudicare dalla lettura dei primi due numeri della mini, sono senz’altro valide e interessanti. Si collocano in periodi e in contesti differenti e alcune, peraltro, presentano qualche protagonista della serie principale.

Il n. 1 si apre con un episodio ambientato in Irlanda, in un ambito che potremmo definire fantasy. Renato Umberto Ruffino ci conduce in un villaggio che sembra uscito da un romanzo sword & sorcery. La popolazione è sconvolta dalla sparizione di una ragazza e c’è chi sospetta di un clan rivale. Ma un cacciatore dall’aspetto vagamente somigliante al Red Wolf marvelliano decide di occuparsi della faccenda e presto il lettore avrà a che fare con una storia horror di famelici licantropi. Ruffino scrive testi efficaci e i disegni dallo stile piacevolmente grezzo e aggressivo di Pierpaolo Pasquini sono dotati di dinamismo e risultano funzionali.

L’albo si conclude con una versione riveduta e corretta dell’episodio apparso anni fa nel n. 0 di Wolfskin. Ai testi c’è sempre Ruffino che in questo caso punta su situazioni truculente, avvalendosi del talento del bravissimo Alessio Nocerino che ha uno stile influenzato dall’adrenalinica attitudine dei comics americani anni novanta, impreziosito, però, da un’accuratezza anatomica tipica del classico fumetto italiano. Il risultato complessivo è davvero di buon livello.

E di buon livello è il n. 2 che si apre con la storia dai toni fantascientifici di un licantropo intrappolato in una stazione spaziale. La scrive Alessio Landi che forse si è ispirato ad alcuni classici episodi del Man-Wolf della Marvel, ma si rileva pure l’influenza dell’Alien di Ridley Scott, con la mostruosa creatura che si aggira in un ambiente tecnologico e futuribile. Landi crea tensione e suspense con maestria e i disegni cupi e gotici, valorizzati da stupendi giochi d’ombra, del bravissimo Mattia Doghini contribuiscono ad accentuare l’atmosfera claustrofobica della trama.

Si passa poi a un episodio scritto da uno degli autori storici di Wolfskin e cioè Baldo Di Stefano. Innanzitutto, introduce un cacciatore di licantropi che, a quanto si intuisce, è uno dei personaggi principali della serie, impegnato a dare la caccia a una collega che ha deciso di agire da vigilante e sta facendo parlare di sé (qualcosa che il gruppo di cacciatori, dedito alla segretezza, non può tollerare). Di Stefano scrive testi e dialoghi efficaci, concedendosi un entusiasmante monologo dai toni sarcastici, quasi morrisoniani, non privi di ironia, aggiungendovi un riuscito citazionismo (fa un riferimento al Punitore).

I disegni sono, anche in questo caso, di Alessio Nocerino che propone tavole di grande bellezza formale, sempre caratterizzate dal riuscito mix di stilemi americani e classica tradizione fumettistica italiana. Baldo Di Stefano firma pure l’episodio di chiusura dell’albo, stavolta ambientato a Roma. Lo sceneggiatore ci delizia con testi e dialoghi sopra le righe, incuranti (per fortuna) del politically correct purtroppo dilagante anche in ambito fumettistico.

Inutile specificare che i licantropi sono ovviamente presenti e Di Stefano delinea una story-line horror con un bel ritmo narrativo e tanta azione. Il bravissimo Mattia Doghini impreziosisce lo script con il suo tratto crepuscolare e inquietante. Insomma, a giudicare da questi primi due numeri, direi che Wolfskin Chronicles è una proposta editoriale da non trascurare e piacerà certamente ai fan dell’horror. Da provare.

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