Dopo che inizia, Good Omens in un certo senso finisce anche.

Due angeli – uno del Paradiso, uno dell’Inferno – se ne stanno in cima al muro che circonda il Giardino, e insieme guardano due esseri umani di foglie vestiti che, armati di conoscenza (e di una grossa spada fiammeggiante) provano a scappare dall’Eden battendosi con un leone, in una sorta di rievocazione di johnmilitiana memoria. I due esseri soprannaturali, assistendo alla scena, iniziano a riflettere sulla natura del bene e del male (che in teoria dovrebbero rispettivamente incarnare) ma anche degli aspetti più mondani del loro lavoro, delle decisioni prese dagli individui sia in Paradiso che all’Inferno, dell’importanza del tempo.

In questi primi minuti c’è già praticamente tutto quello che la nuova serie tratta dalla letteratura di Neil Gaiman vuole dire: nonostante le diversità che li separano – non ultime i colori diversi delle ali, di uno bianche e dell’altro nere – i due angeli sono fatti per essere amici; si tratta del Grande Piano Divino? E’ semplice caso? Il caso esiste? Non ci è dato saperlo.

Quel che è certo, però, è che il punto è tutto qui, su questi due tizi un po’ strampalati, e lo capiamo subito. La co-produzione Amazon Prime Video e BBC Two, un po’ meno.

In parti uguali fantasy religioso e buddy movie, la nuova mini-serie Good Omens punta saggiamente i riflettori su una coppia di interpreti evidentemente appassionati al progetto, Michael Sheen e David Tennant, che fanno a gara di bravura rispettivamente nei panni dell’angelo Aziraphale e del demone Crowley: sono loro l’anima della storia, al punto che spesso e volentieri, quando la narrazione esula dal racconto della loro vicenda – che poi coincide con la trama principale – si va a perdere non poco in fatto di brillantezza, con i sei episodi che di tanto in tanto risultano pieni di vuoti e arrivano al traguardo col fiato un po’ corto.

Gaiman, che ha creato la serie tv e ha sceneggiato tutti e sei gli episodi, fa del proprio meglio per condensare il romanzo da lui scritto insieme a Terry Pratchett nel 1990, e fa di tutto per facilitare il compito (francamente piuttosto arduo) del regista Douglas Mackinnon, quello cioè di restituire al live-action, e quindi tramite l’immagine audiovisiva, ciò che sulla carta può essere molto più comodamente costruito con la prosa.

Il problema è che non solo Mackinnon sembra non avere troppo spesso idee sufficientemente originali per accompagnare la stravaganza del mondo creato da Gaiman (cosa che invece accade in American Gods, per lo meno nella prima stagione, di gran lunga migliore della seconda e visivamente molto più appagante nel modo in cui si rifà al cinema di Zack Snyder), ma anche che le stesse sceneggiature del romanziere sembrano voler ignorare il fatto che siamo in televisione, e non in un romanzo: di conseguenza la narrazione vive di momenti ma non sembra mai troppo coesa, con storyline che procedono parallele ma distantissime, non restituendo mai quel senso di “bomba ad orologeria” che invece si presuppone domini un racconto sul sorgere dell’Anti-Cristo e dello scoppio dell’Apocalisse.

Per fortuna comunque quei momenti sono spesso e volentieri validi,  e raggiungono vette altissime quando si concentrano su quella che sembra essere l’unica cosa che conta davvero: l’amicizia oltre le differenze di classe dei due protagonisti, e l’interazione fra gli attori che li interpretano.

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