Chi fa il nostro lavoro sa quanto spesso e volentieri possa essere spiacevole – o per meglio dire scomodo, brutale, indiscreto – promuovere senza riserva alcuna un prodotto audiovisivo basato su una tragica storia vera, perché il giudizio dell’opera va inevitabilmente ad intrecciarsi con le varie ed eventuali considerazione personali riguardanti quel determinato avvenimento che quel determinato prodotto audiovisivo vuole mettere in scena.

Eppure rievocare un drammatico evento di vita vera e staccarlo dalla memoria storica per consegnarlo alla memoria artistica, per questo tipo di produzioni non è solo un obiettivo ma anche una grande sfida, e con Chernobyl la HBO merita l’ennesimo plauso per essere riuscita a raggiungere il primo e superare la seconda.

Riunendo Stellan Skarsgård ed Emily Watson per la prima volta dal 1996 (Le Onde del Destino di Lars Von Trier) e puntando sul talento del grande Jared Harris, Chernobyl è tutto ciò che il pessimo E Venne Il Giorno del caro Shyamalan non fu nel 2008: il regista Johan Renck (legato per lo più al mondo dei videoclip musicali e qui al suo ruolo più importante per la tv, dopo aver diretto un paio di episodi di The Walking Dead e Breaking Bad) dirige il perfetto post-apocalittico senza mostri, dove il nemico – esattamente come nel thriller fantascientifico con Mark Wahlberg di oltre un decennio fa – oltre ad essere invisibile si nasconde nell’aria, arriva col vento ed è più letale e terribile di qualsiasi pandemia/non-morto di sorta.

Come per First Man di Damien Chazelle (ci saranno dei rover lunari anche qui!) la tensione viene costruita tutta sull’inadeguatezza della tecnologia dell’epoca di riferimento che deve essere per forza di cose impiegata per completare una missione – arginare un reattore nucleare scoperto –  apparentemente impossibile.

A cercare le soluzioni – o a subire le conseguenze – la sceneggiatura ci mostra i migliori esempi di umanità possibili, persone di diverso rango nella società sovietica di metà anni ’80 (da importanti politici a geniali scienziati, passando per giovani soldati, pompieri, e altre persone comuni) che si ritrovano a dover competere non solo con quello che viene definito “il posto più pericoloso sulla faccia della Terra” ma soprattutto con le deficienze di un sistema governativo fatto di segretezze e compartimentazioni, di lotta al capitalismo occidentale e chiusura dei confini, che pur di non dichiarare pubblicamente quella che sarebbe considerata un’umiliazione nazionale (l’Unione Sovietica non può mostrarsi debole dopo aver perso la corsa alla Luna!) cerca di nascondere sotto il tappeto una cosa che è impossibile da nascondere, avversando le comunicazioni tra i vari settori e riducendo di conseguenza la soglia di tempestività a scapito della riuscita della missione (e quindi della salvaguardia del popolo).

Naturalmente tutto viene trattato coi temi non solo dell’epica (c’è una scena di sacrificio da brividi) ma soprattutto dell’horror puro e semplice: è gettandosi nella branchia del body-horror e mostrandoci i corpi marcescenti dilaniati dalle radiazioni che Chernobyl colpisce duro e senza remore, affiancando l’estetica e il gusto per l’artigianale tipica del cinema carpenteriano/cronenberghiano ad un racconto dall’afflato ampio ma opprimente che incalza con calma; è in questa sua natura ossimorica che la mini-serie riesce a restituire allo spettatore il senso di letale inevitabilità che vivono i personaggi, abbattendo il muro che separa la realtà dalla rappresentazione audiovisiva e raccontando un incredibile e micidiale “horror storico”.

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