Fare franchise per il cinema mondiale sta diventando sempre più importante, oseremmo dire vitale, e proporre idee che siano originali, fresche e innovative andando a mescolare generi e a giocare con i dogmi della cultura pop è il punto fondamentale per creare saghe che agli occhi del pubblico sembrino nuove, che abbiano da dire cose che non siano già state dette altre cento volte.

Per fare questo c’è bisogno di idee, e per le idee – quelle buone, quelle veramente buone – a volte bastano spunti perfino banali. Per esempio: cosa sarebbe successo al mondo se Clark Kent fosse cresciuto diventando un bambino malvagio?

E’ da questa domanda che è partito James Gunn, che dopo aver regalato ai Marvel Studios di Kevin Feige e alla space opera tutta l’ormai imprescindibile Guardiani della Galassia, torna alle radici del cinema di serie b, l’horror nudo e crudo, non così fuori di testa come gli esordi in casa Troma alla Tromeo & Juliet ma fermandosi esattamente a metà strada tra la sua seconda opera Slither (che non a caso vantava Elizabeth Banks come protagonista) e Super – Attento Crimine!!, sua terza regia un po’ troppo in anticipo sui tempi decostruzionisti del genere cinecomic e per questo ad oggi un po’ dimenticata.

Brightburn – L’Angelo del Male è sorretto da quelle idee talmente geniali che, esattamente come ogni buon manuale del cinema dice a proposito delle idee geniali, può essere facilmente riassunta in una frase: Superman cattivo e crudele e psicopatico con Elizabeth Bank che fa da madre e crede fino all’ultimo di poterlo redimere.

Il problema è che il principio è così valido – e perfetto per Gunn, che insieme ai fratelli Russo è il primo della classe del liceo Marvel Studios, per poter creare un franchise che sia tutto suo, estendendolo al massimo ai fratelli Mark e Brian, autori della sceneggiatura – che si è pensato di poterlo confezionare senza crearci un film adeguato intorno: Brightburn è la dimostrazione che al cinema avere buone idee può essere del tutto inutile se poi non si ha la voglia e/o la creatività necessaria/e per portarle avanti, per dar loro una matrice specifica e che non sia identica a tutte le altre.

Il film diretto dal semi esordiente David Yarovesky ha la pia (o malvagia) illusione di essere unico, quando invece suo malgrado non si distingue praticamente sotto nessun punto di vista dal resto degli altri horror suoi coetanei, restando sempre sulla stessa linea di mediocrità per quanto riguarda messa in scena e desiderio di costruirla, la tensione, di alimentarla innanzitutto prima di farla esplodere: non basta partire dall’ossatura di Man of Steel di Zack Snyder – c’è la stessa fattoria, lo stesso padre con le stesse giacche, gli stessi campi di grano, lo stesso furgone, gli stessi silos, la stessa altalena, la stessa musica al pianoforte, le stesse inquadrature spesso e volentieri – per raccontarci la storia di origini di un superalieno malvagio, non basta ribaltare i tropi del cinecomic – un’identità segreta da nascondere commettendo crimini all’insaputa dei propri cari invece che fare del bene con la paura di essere scoperto – per creare un horror che sia originale nella forma, che sappia distinguersi non solo per il contenuto ma anche per come crea quel contenuto, per come lo comunica, per come lo racconta.

Paradossalmente nel cercare di mostrarci quanto sia horror il suo cinecomic, per far capire a tutti quanto stia rivoluzionando il genere più popolare del momento, Yarovesky finisce col concentrarsi soltanto sul cinecomic, dimenticandosi del tutto l’horror: e da un Superman malvagio è lecito aspettarsi molto di più che non la banale imitazione ora di una presenza paranormale che appare e scompare, ora di un serial killer del cinema slasher che alla camminata lenta piena di sadismo verso la prossima vittima abbia sostituito un pigro librarsi a mezz’aria.

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