I morti viventi alla fine sono davvero arrivati ad Approdo del Re, si muovono senza camminare davvero e guardano senza vedere, gli occhi immobili e assenti e la testa scoperchiata e la schiena abbrustolita: intorno a loro un piccolo grande nano attonito, che trova i suoi morti sepolti sotto le macerie del sogno che aveva contribuito ad alimentare e che adesso è ricoperto da una patina di cenere che sembra neve o di neve che sembra cenere, perché l’inverno sta arrivando e siamo alla fine.

E alla fine è proprio verso l’inverno che si va, ci si addentra nel Nord al fianco del popolo/famiglia che si è imparato ad amare e non di quello che forse ci spettava per diritto di nascita: l’avanzata di un popolo libero – davvero libero, adesso – verso quel destino di indipendenza per cui la gente che lo compone ha sempre lottato e che, finalmente, ha raggiunto.

La prima e l’ultima inquadratura di The Iron Throne sono due fra le immagini più belle mai partorite da Game of Thrones, e che gli sceneggiatori (questa volta anche registi) David Benioff e D.B. Weiss riuscissero a regalarcele proprio alla fine dimostra la cura con la quale, a prescindere da tutto, hanno voluto salutare la loro creazione: un capolavoro secondo Jodorowsky è quell’opera in grado di lasciare dentro di noi una sola fotografia che ci accompagnerà per tutta la vita, e per i fan la suggestione suscitata da quell’ultimo scorcio della Westeros del Nord – poco dopo una sequenza di montaggio all-Star(k) di pregevolissima fattura e prelibato gusto – sarà difficile da dimenticare.

The Iron Throne è un grande episodio, scritto con una vena crepuscolare e nostalgica ma soprattutto con grande onestà e all’insegna – giustamente – della ciclicità (perché la storia si ripete sempre) e dell’anticlimax (perché il linguaggio televisivo lo impone); il tutto con una buona dose di coraggio, soprattutto nella prima parte, con la voglia di spiazzare con un salto temporale che così a ridosso di Avengers: Endgame non può non ricordare il film dei fratelli Russo. Poi un conciliabolo e un epilogo deciso a tavolino (una scelta ammirevole, coerente con i meccanismi di questo mondo narrativo e che un po’ ci mette nei panni di Weiss e Benioff, che chissà quante ore hanno passato a scervellarsi nella writing room per scegliere quello che ritenevano il finale migliore), con chiose multiple che dilatano il tempo come ne Il Ritorno del Re; è nella natura delle grandi storie non voler finire mai, trascinarsi avanti con un’altra scena, un altro dialogo, un altro lungo addio, un altro momento ancora, ma prima o poi i titoli di coda arrivano ed è giusto che arrivino e allora tanto vale farli arrivare subito.

A Weiss e Benioff va riconosciuto, nel bene e nel male, il merito di aver mantenuto intatto lo spirito decostruzionista che è sempre stato alla base della serie fantasy HBO. Il tanto incriminato e discusso problema di compressione narrativa potrebbe addirittura esistere solo nelle menti dei delusi: non è che la struttura interna della serie sia mai cambiata ma, molto più semplicemente, le stagioni precedenti erano così dense di storie, personaggi, luoghi, città, habitat ed eventi che, giunti alle ultime pagine del libro – sia esso il tomo della Guardia Reale o il volume de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco – banalmente le vicende da raccontare si erano esaurite.

Non c’è più un trono ma Il Trono non finirà mai, perché per regnare in fondo basta una coscienza – o l’involucro di tutte le coscienze – in grado di ricordare ogni singola storia, ogni dialogo, ogni momento, ogni svolta dell’incredibile ed epico intreccio che è stato raccontato.

Quella coscienza è il pubblico e il pubblico è quella coscienza.

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5 Commenti

  1. Non mi capacito del fatto di come possa esserti piaciuta questa puntata ma mi fa rabbrividire che tu affermi che la compressione è solo nelle menti dei fan delusi. Un’affermazione assurda. Impossibile non solo non notarlo ma nemmeno notare come la stragrande maggioranza del pubblico si sia dimostrata scontenta. Stai insinuando che siamo tutti stupidi? O forse non riesci ad ammettere che una grande serie sia decaduta con queste orribili battute finali?

    • Ma figurati Tommaso, non insinuo nulla, ho semplicemente provato a dare una lettura diversa della faccenda partendo dal presupposto che a) la serie ci ha dato questo, b) D&D non sono degli sprovveduti e probabilmente ne sanno più di me e di te e di molti altri in fatto di sceneggiatura e c) la riduzione a 6 episodi è dovuta da mille e più fattori, non ultimo il fatto che molti attori fossero ormai decisi a proseguire con le loro carriere. Il compito della critica è analizzare quello che un’opera dà allo spettatore, e quello che è stato dato è coerente con quanto abbiamo visto prima, nel bene e nel male.

  2. Per quanto riguarda la stragrande maggioranza di cui parli a) non potrebbe fregarmene di meno, b) il fatto che su Rotten sia al 50% dimostra quanto in realtà il giudizio sia stato totalmente divisorio, e questa stragrande maggioranza neanche esiste, c) molte testate illustre, statunitensi e italiane, hanno dato un giudizio addirittura più alto del nostro, quindi di riflesso anche tu staresti insinuando che non capiamo niente.

  3. Complimenti per la recensione! Ho apprezzato ogni stagione di questa incredibile opera, compresa l’ultima appena conclusa. Potente la scena tra Daenerys e Jon. E veramente drammatico il suo epilogo da uomo distrutto e quasi senza più un’identità. Suppongo tra l’altro che gli sceneggiatori stessero seguendo “le linee guida” tracciate da Martin che ha creato l’opera letteraria originaria ancora non conclusa. Ed è bello quando dietro ad una serie tv esiste un “progetto” con un inizio e una fine, come in questo caso. Ora attendo i venti dell’inverno e il secondo volume della storia dei Targaryen. Dai Martin!!

  4. Che droghe prendete per dare 7,5 a questo episodio/stagione o esprimere qualsiasi parola carina che vada oltre quelle per gli straordinari attori? (unica salvezza dallo scempio totale)
    Oggettivita’ zero.
    Essere affezionati a qualcosa non significa doverla difenderla ciecamente ignorando i tanti difetti e non sense.

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