C’era una piscina con dentro uno sceneggiatore morto che voleva essere vivo all’inizio di Viale Del Tramonto di Billy Wilder e c’è invece un regista vivo che forse vorrebbe essere morto nella scena d’apertura di Dolor Y Gloria, nuovo film di Pedro Almodovar, che a tre anni dal non proprio esaltante Julieta torna con quello che è probabilmente il suo miglior film del XXI secolo, neanche troppo felice per lui se non con le eccezioni di Parla Con Lei, Volver e La Pelle Che Abito.

E non a caso il Salvador Mallo di Antonio Banderas, disilluso e depresso uomo di cinema che non si chiama Pedro Almodovar ma che Pedro Almodovar lo è a tutti gli effetti (come se non bastassero gli interni del suo appartamento, la sua omosessualità, le sue ansie, i suoi problemi fisici e il suo vestiario, nel finale si parlerà a cuore aperto e con tanta onestà intellettuale di autofiction), si trova proprio sul suo viale del tramonto quando inizia questo film, una strana bestia fra commedia e dramma che non é né dramma né commedia e rimane sospeso fra queste due sfumature di vita-cinema senza prendere una posizione.

Non va neppure (potendo) a riparare nel dramedy, e cioè la commistione dei due generi, perché li tiene sempre separati da una patina sottile, e neanche nel racconto di formazione, perché la storia dentro la storia che ci viene narrata in parallelo alle vicende di Salvador (e cioè le vicende di Salvador da bambino, con Penelope Cruz nei panni di sua madre) alla fine si scopre essere tutt’altro, coi flashback che in retrospettiva diventano esorcizzazione di ricordi personali in un gioco meta-cinematografico che ci spiega quanto l’arte e la vita, piuttosto che imitarsi, siano semplicemente la stessa cosa.

Almodovar fa Fellini con questa sua sorta di rielaborazione personale di 8½ che al bianco e nero sostituisce tutti i colori del pop, solo per dare a quel pop un ritmo da post-punk che vorrebbe essere rock n roll nello spirito ma che non lo è mai nel corpo: la vecchiaia e gli affanni sembrano bloccare Salvador (un Banderas da Oscar, lo diciamo da ora) che però nella mente ha ancora dodici anni ed è ancora innamorato del cinema, che non ha più il fisico giusto per dirigere (ce lo dice lui stesso, stare sul set è una questione di fatica) ma scrive ancora pezzi mozzafiato, che non vede un epilogo positivo né per la sua carriera né per la sua vita (anzi per la sua carriera-vita, perché la divisione non esiste) e che semplicemente si lascia trasportare dalla marea di questo ovattato nichilismo.

Emblematico e (oseremmo definirlo) inedito l’impiego della droga – la più terribile di tutte, l’eroina, associata nell’ideologia di massa all’autodistruzione, e quindi alla Morte – che, esattamente come il film si mantiene tra risata e lacrima, rimane sempre un mero dettaglio, una nota in un’orchestra, mai il succo del discorso: da quando Tarantino l’ha sdoganata in Pulp Fiction l’abbiamo vista utilizzata in diverse forme e sfumature (commedia nera, dramma, horror, melodramma sentimentale, satira), ma sempre per esprimere un concetto, per far del male ai personaggi, per condannarli, fargli capire di essere nel torto.

Almodovar le conferisce un’accezione unica di rumore bianco in sottofondo, un compito non-compito che non ha alcuna utilità per il protagonista, è semplicemente l’ennesimo tassello aggiuntivo di una quotidianità che procede per accumulo, ma che resta sempre vuota.

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