Come il fiore di un cactus, che sfida l’arsura e le intemperie pur di far vedere al mondo la sua forza insita nella sua bellezza, continua a sbocciare il cambiamento nella Storia dell’indagatore dell’incubo. Stavolta, nel ruolo delle tre Moire dylandogghiane, arrivano l’inossidabile Paola Barbato, il curatore Roberto Recchioni e l’epico Paolo Martinello, e filano (eccome se filano!) il filo dorato della vita del personaggio di Tiziano Sclavi, tenendo pericolosamente le cesoie vicine a esso. Nel numero del mese di maggio gli autori scomodano addirittura gli Antichi, trascinandoli via dall’universo narrativo lovecraftiano e portandoli in quello dei giorni nostri, toccando tutta la Terra e unendola sotto la bandiera sventolante dell’Old Boy.

Un pacchetto senza mittente giunge alla porta di Craven Road 7 e porta al suo interno uno strano monile, capace di alterare la realtà circostante a seconda di come viene posizionato. L’artefatto è collegato a una tribù australiana, il cui sciamano a sua volta è semplice messaggero di una grande richiesta da parte degli Antichi: metterli in salvo dalla meteora, portandoli via dalla Terra. Da qui Dylan si ritroverà vittima e burattino di forze più grandi di lui, che potrà (forse) gestire solo grazie agli altri possessori degli artefatti sparsi per il mondo.

Se nei numeri precedenti c’erano piccoli momenti che si collegavano ai quesiti sospesi inerenti alla figura di John Ghost e della Regina d’Inghilterra, ora finalmente Barbato e Recchioni fanno uscire qualcosa di più chiaro dalle melmose acque della narrazione. Si raccolgono gli elementi narrativi aperti che abbiamo lasciato in Spazio Profondo, Al servizio del caos e … E cenere ritornerai per plasmare finalmente la figura del vero villain, schierando addirittura i Grandi Antichi e rivelando cosa (o forse chi?) è la Meteora, non relegandola più a semplice masso che si dirige verso la Terra seguendo la sua rotta ma rivelando che c’è qualcosa di più, che va oltre l’umanamente immaginabile. Al di fuori del racconto autoconclusivo, Barbato e Recchioni premono l’acceleratore sulla narrazione orizzontale, incastrando molti pezzi del puzzle: a soli otto numeri dal famigerato 400, la corsa verso la fine indica che ci sono ancora molti buchi narrativi da riempire e altrettante nuovi eventi da “impiattare”.

Martinello confonde e incrocia gli occhi del lettore, facendolo perdere in atmosfere escheriane talmente colme che fanno rimpiange l’horror vacui medievali, riconducibili più recentemente a opere di Benito Jacovitti e Luciano Bottaro. È quasi impossibile prendere il respiro nella nuova Londra parallela, visibile ai custodi dei primordi. La bravura di Martinello sta nel far notare i dettagli che fanno da pilastro alla storia senza farli distaccare dal resto della composizione degli elementi nella vignetta, avviluppandosi come un tentacolo intorno alla gola di chi si appresta alla lettura.

La cover di Gigi Cavenago si spiralizza direttamente verso l’interno dell’albo, con un andamento quasi “fibonaccico”, tenendo però come centro ideale della prospettiva il busto di Dylan, sottolineando il contrasto tra un comportamento centrale e saldo con la tensione di una vita sull’orlo del baratro: ci vuole pochissimo per farsi trascinare dal vento degli eventi, come stava già per succedere nel numero 390. 

La matassa continua a sbrogliarsi: ormai la conclusione della fase di rinnovamento è vicina e si continua a vedere sempre di più la luce bianca che filtra tra le fessure di un simbolo appartenente al passato che sta per cedere.

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