Realizzare un film del genere nell’epoca del MeToo è come muoversi su una lastra di ghiaccio particolarmente sottile, per citare le parole che il giudice Edward D. Cowart interpretato da John Malkovich dirà al Ted Bundy di Zack Efron, ma l’idea che sorregge l’impianto filmico allestito da Joe Berlinger è così specifica e precisa da essere inattaccabile.

Ted Bundy – Fascino Criminale è molto meno semplicistico di quanto non faccia presumere il pessimo adattamento italiano del ben più avvincente titolo originale (Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile, che si rifà ad un’altra iconica dichiarazione del suddetto giudice) e il vero obiettivo del suo autore, piuttosto che ricostruire fedelmente gli incredibili atti che portarono all’esecuzione capitale del celeberrimo serial killler statunitense, è quello di scandagliare la psicologia della compagna di Ted, Liz Kendall (Lily Collins), il cui comportamento sarà emblematico nell’ottica della women’s empowerment contemporaneo.

Nella totale e assoluta reiterazione della negazione di colpevolezza portata avanti dal personaggio di Efron (davvero encomiabile il suo lavoro) è evidente l’accusa alla stolidità del sistema legislativo secondo il quale si è “innocenti fino a prova contraria”, nonostante gli stessi avvocati difensori dell’accusato consiglino ripetutamente al loro cliente di dichiararsi colpevole e collaborare con le autorità al fine di evitare la pena di morte: i paralleli con gli accusati del movimento MeToo scatta quando è lo stesso Bundy a definirsi una vittima del circo mediatico allestito intorno alla sua figura, che attira le masse e quindi genera audience, all’interno di un contesto storico (gli anni ’70) che vide il sorgere del concetto moderno di “mediatico” (quello del serial killer fu il primo processo mostrato in diretta della storia della televisione).

Lui è innocente e tutti gli altri si sbagliano, tutti sono contro di lui e lo stanno usando come capro espiatorio: gli echi alla personalità di Trump non sono neanche troppo sottili, ma che tutto il film giri intorno alle reazioni di Liz – che attraverserà un lungo e doloroso processo di negazione e autocommiserazione fino al raggiungimento della consapevolezza – contestualizza l’opera in maniera chiarissima: è come se la Collins venisse chiamata ad interpretare la prima donna – o per lo meno la più famosa – che, ritrovandosi faccia a faccia con tutto il male possibile che il maschio è capace di infliggere ad altre donne, abbia avuto la forza e il coraggio di reagire.

La scelta di evitare completamente l’exploitation degli efferati crimini commessi dal serial killer (reo dell’assassinio di almeno 30 donne, solo quelle confermate) è spiazzante, perché apre ad un film completamente diverso da quello che ci si poteva aspettare: non siamo nel cinema di Lars Von Trier e non potremmo essere più lontani da La Casa di Jack, Berlinger col suo stile da documentarista attacca la storia con rapidità ed energia, lavora benissimo con i due protagonisti (caratteristica non scontata per un regista di documentari, il cui unico altro film di finzione risale al 2000 con il bruttissimo Il Libro Segreto Delle Streghe – Blair Witch 2) e riesce, nel finale, ad elaborare una sequenza davvero da brivido che chiude in maniera perfetta un film piccolo ma del tutto riuscito.

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